giovedì 13 settembre 2018

Rifugio Pian di Cengia

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti di Sesto




E' mercoledì 12 settembre 2018, il clima è caldo per la stagione, il cielo è privo di nuvole, tranne qualche velatura. Sono solo, nel senso che non ho veri e propri compagni di viaggio, ma nella giornata incrocio migliaia di escursionisti, attratti dalla bellezza dei luoghi e del meteo. Parcheggio l'auto sopra il rifugio Auronzo (m 2320), ai piedi delle pareti Sud delle Tre Cime di Lavaredo. Il Comune di Auronzo di Cadore ha preteso da me 30 euro per l'accesso a questo parcheggio d'alta quota, e personalmente trovo la tariffa scandalosa. Comunque mi avvio lungo la frequentatissima stradina n. 101 che porta in quota verso Est al rif. Lavaredo  (m 2344).

Dopo una breve salita, trovo sulla destra l'imbocco della mulattiera n. 104 che - lasciando a sinistra la Croda Passaporto - porta alla mia meta, scendendo prima sensibilmente (con una perdita di quota di oltre 200 metri) fino al Pian di Cengia Basso. Qui inizia una risalita sostenuta prima al lago di Cengia (m 2324) e poi alla forcella Pian di Cengia (m 2522), dove si apre un ampio panorama di poco meno di 360 gradi nella zona che reputo la più bella delle Dolomiti. I protagonisti di questa scena sono i Tre Scarperi, Cima Undici, il monte Popera, la Croda dei Toni.



Con una breve ulteriore salita, in un ambiente molto particolare per le sue stratigrafie orizzontali, si giunge col sentiero n. 101 al rif. Pian di Cengia (m 2528), affollatissimo. Sono passate due ore e mezza dalla partenza al rif. Auronzo.


Dopo una veloce pausa per rifocillarmi (il tempo a mia disposizione oggi è misurato), riparto per la forcella Pian di Cengia, dove prendo in ripida discesa il sentiero 101, diretto all'Alpe dei Piani e poi - con rapida risalita - al rif. Locatelli (m 2450), dove arrivo in circa un'ora. Appena girato l'angolo del monte Paterno appaiono emozionanti le pareti Nord delle Tre Cime di Lavaredo, visione dalla quale deriva la sua fama il rifugio.





Restando sul sentiero n. 101, mi dirigo verso Sud alla forcella Lavaredo (m 2450, come il rif. Locatelli), che congiunge le Tre Cime con la Croda Passaporto. In poco più di mezzora si perdono subito e si devono quindi recuperare circa 100 m di dislivello. Riporto qui la foto delle Tre Cime di profilo, scattata dalla forcella, che mi è parsa più suggestiva di quella classica dal rif. Locatelli.
In poco più di mezzora, ritorno al parcheggio del rif. Auronzo, dove la mia auto mi aspetta ad una quota di 70 metri superiore a quella del rifugio (dislivello non incluso qui sotto).
Non era la prima volta che vedevo le montagne dove ho passeggiato oggi, ma la loro vista strappa sempre un'impressione di incredulità, anche se l'ideale sarebbe attraversarle in un clima meno caldo (è raro trovare zone in ombra lungo il percorso), incrociando masse meno numerose di escursionisti e godendo in prima persona di condizioni fisiche più soddisfacenti.








DISLIVELLO IN SALITA: m 650
ORE DI CAMMINO: 5
DIFFICOLTA': E


venerdì 20 luglio 2018

Monte Penna

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Settentrionali di Zoldo


E' mercoledì 18 luglio 2018, il clima è caldo, il cielo è attraversato dal passaggio di nuvole, sulle quali però il sole ha prima o poi la meglio. Sono solo, non avendo trovato neanche un compagno per oggi. Parcheggio l'auto a Coi di Zoldo Alto (m 1500), nella piazza dei Zocoi, e imbocco la ripida stradina con segnavia 473, asfaltata solo all'inizio, che porta verso Nord-Ovest alle Casere di Coi (m 1608), dove si prende la mulattiera con lo stesso segnavia che sale a destra fino alle Mandre so' Pelf (m 1908), zona pianeggiante un tempo di pascolo, ma oggi colonizzata dai mughi, situata ai piedi della Fissura del Pelmo, che incombe grandioso. Qui, dopo un'ora di cammino, incrocio l'importante sentiero n. 472 che aggira il massiccio Pelmo-Pelmetto a Sud, e ne prendo il ramo che punta a destra (Est). Si sale così ai Lach (m 1981), piccola brughiera d'alta quota, il cui passaggio può risultare problematico in periodi umidi, per le distese di fango che il sentiero attraversa.


Appare verso Nord-Est per la prima volta la mia meta odierna. Superata a sinistra la torre sporgente denominata Dambra e sita in corrispondenza dello spigolo Sud-Est del Pelmo, il sentiero perde circa 100 m di quota, per poi risalire al Passo di Rutorto (m 1931), a due ore dalla partenza, nei pressi del quale sorge il rifugio Venezia, uno dei più conosciuti e frequentati delle Dolomiti.




Volgendo lo sguardo ad Est si vede elevarsi il Monte Penna alla fine degli ampi Campi di Rutorto, dove pascolano mucche e cavalli in libertà, coi rispettivi piccoli. Per raggiungere la base del Penna, conviene tenersi sul bordo destro (Sud) dei Campi di Rutorto, facendo attenzione a non innervosire le mandrie al pascolo e ad evitare le zone troppo fangose ed eccessivi saliscendi. Raggiunta la base del Monte Penna, occorre individuare il sentiero ben tracciato che lo sale fino alla cima. Tale sentiero non è segnalato in modo evidente, e comincia all'estremità destra (Sud) del bosco che avvolge ad Ovest la montagna. E' importante trovare questo sentiero perché nella metà inferiore della montagna il sottobosco è fitto di cespugli (soprattutto di rododendro), che spesso mascherano fenditure rocciose di tipo carsico che possono rappresentare un pericolo per l'escursionista.


Il sentiero taglia diagonalmente da destra a sinistra i boschi che avvolgono la base del monte, e quando raggiunge il bordo sinistro (Nord) diviene molto ripido, esce dal bosco e sbuca sul bel pianoro erboso inclinato situato sulla cima del Monte Penna (m 2196), dalla quale il Pelmo riempie imperioso lo sguardo col suo versante Est, il più universalmente conosciuto.
Raggiungo la cima in circa 3 ore e mezza dalla partenza, con un bel po' di fiatone a causa soprattutto della ripidezza finale. La cima vera e propria è posta su un cocuzzolo roccioso più a Est, con croce e segnale goniometrico, raggiungibile con un po' di attenzione.




Dopo di essermi rifocillato sdraiato sull'erba, riparto per il ritorno. Dall'alto è più facile trovare il sentiero, che deposita ai bordi degli ondulati Campi di Rutorto. La risalita ai Lach si rivela faticosa, anche per il caldo.

Ai Lach, abbandono il sentiero 472 e imbocco un sentiero segnalato, ma non numerato, che scende verso sinistra (Sud-Ovest) più diretto verso Coi. Attraversa 4 successivi e suggestivi ripiani erbosi semi-pianeggianti, ma i raccordi tra questi ripiani sono molto ripidi e senza i bastoncini da trekking che ho con me metterebbero a dura prova le ginocchia. Arrivato finalmente al bivio delle Casere di Coi, mi abbevero senza risparmio alla fresca fontana che impreziosisce il luogo.
Alla piazza dei Zocoi arrivo dopo 2 ore e mezza dalla partenza in cima al monte Penna, alquanto stremato. Questa escursione me la ricordavo meno faticosa, ma forse è dipeso dal fatto che le altre volte che l'ho affrontata ero in compagnia.





DISLIVELLO IN SALITA: m 1000
ORE DI CAMMINO: 6
DIFFICOLTA': E

domenica 17 giugno 2018

Forcella Col Negro di Coldai

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Settentrionali di Zoldo


E' sabato 16 giugno 2018, il clima è ottimo, il cielo è inizialmente sereno e nel corso della giornata si mostra qualche nuvola, del tutto innocua. Avremmo dovuto essere almeno in due, ma ieri mi è stato tirato un bidone, e contrariamente alle mie abitudini e convinzioni ho deciso di partire da solo.
Preciso che ci sono buone ragioni per non trovarsi a fare da soli escursioni in montagna. Sono innanzitutto ovvi motivi di sicurezza, ma anche ragioni di arricchimento dell'esperienza, grazie agli scambi di opinioni lungo il tragitto. Questa uscita però può di norma essere fatta senza compagni, perché lungo la strada è frequente incontrare altri camminatori, a cui ci si può rivolgere al bisogno.

Verso le 9,30 parcheggio l'auto a quota m 1515 circa, a Palafavera, in alta Val di Zoldo, alla partenza del sentiero Cai n. 564, incluso nell'Alta Via n.1, che fino a Malga Pioda (m 1818) è una tranquilla mulattiera, chiusa al traffico automobilistico per ragioni più che altro ecologiche.


A Malga Pioda si prende a sinistra (Ovest) il sentiero 556 che si inerpica sul versante Est del monte Coldai con tornanti prima ampi e poi più stretti e ripidi, finché oltre quota 2000 si passa sul versante Sud del Coldai, molto più verticale nella testata del vallon delle Ziolere, superata però senza problemi dal sentiero, che infine arriva alla stazione a monte della teleferica di servizio in vista del vicino rifugio Sonino al Coldai (m 2132).


Verso Ovest, il sentiero sale in breve alla panoramica forcella Coldai (m 2191) sfiorando un primo nevaietto. Da qui, a Sud-Ovest si ammira subito il lago di Coldai (m 2143), verso il quale mi dirigo.











L'acqua è limpida e riflette le rocce e i nevai circostanti con un piacevole effetto cromatico.











Proseguendo verso Sud dopo il lago per il sentiero 260 si sale leggermente e poi si affronta una piccola conca innevata. I nevai non sono molto inclinati, ma per attraversarli aiutano senz'altro i bastoncini da trekking, che porto sempre con me.









Dopo essere sceso nella conca, risalgo fino ai 2203 metri della piccola forcella Col Negro di Coldai, tra la torre Coldai ed il Col Negro.

E qui pervenuto confermo la decisione che avevo già preso, e cioè di non proseguire fino al Col Rean ed al rifugio Tissi. Si tratterebbe di camminare più di un'ora (di sola andata), salendo per altri 250 metri dopo averne discesi 200. Quindi dovrei arrivare ad un dislivello complessivo di quasi 1300 metri, per il quale non mi sento preparato, oltre a tutto con tratti di salita anche nel ritorno, fino alla forcella Coldai.
Per oggi mi sento soddisfatto, ed inizio il ritorno. La zona si è nel frattempo popolata di gruppetti di escursionisti, che hanno voluto giustamente approfittare di questa bella e non troppo calda giornata, anche perché ci troviamo a quote superiori ai 2000 metri di altitudine. Arrivato al rifugio mi gusto un veloce e sobrio pranzo e poi affronto la discesa, notando com'è scosceso il primo tratto nel vallon delle Ziolere. La restante discesa è tranquilla ed induce alla meditazione, complici la digestione ed il piacevole venticello che mi avvolge. Un'escursione in un ricco paesaggio, resa particolare dalla stagione quasi estiva, ma con ricordi nevosi ancora invernali.






DISLIVELLO IN SALITA: m 830 circa
ORE DI CAMMINO: 5
DIFFICOLTA': T fino a casera Pioda, E il resto, con qualche cautela nell'attraversamento dei nevai

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domenica 11 febbraio 2018

Monte Punta

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Settentrionali di Zoldo


E' sabato 10 febbraio 2018, il clima è fresco, ieri sono caduti 20 centimetri di neve, stamattina il cielo è parzialmente nuvoloso e a 1500 metri slm alle 9 e 30 ci sono circa 3 gradi sotto zero. Siamo in due (gli stessi dell'escursione estiva al Monte Crot) e parcheggiamo l'auto a Costa di Zoldo Alto (m 1425), nel piccolo spiazzo all'inizio del grazioso paesino, un po' appartato e anche per questo incantevole.

All'imboccatura del sentiero n. 497, che sale verso Est al passo Tamai, inforchiamo le ciaspe ed affrontiamo il percorso, oggi interamente su neve fresca (essendo noi i primi a percorrerlo dopo la nevicata di ieri), fatta eccezione ovviamente per il ritorno, che ricalcherà la nostra traccia dell'andata. Il sentiero è in realtà una mulattiera, ma la differenza è evidente d'estate, molto meno con circa un metro di neve caduta nella scorsa settimana. Magico è l'effetto degli alberi carichi di neve, che ci circondano attorno a noi e in tutta la vallata di Zoldo.

In circa un'ora le nuvole sono sparite ed il sole finalmente ci illumina una volta arrivati al passo Tamai (m 1715), dove sostiamo e incontriamo una coppia di escursionisti saliti dalla parte opposta (Est) e che ridiscendono subito verso Zoppé di Cadore. Sul passo c'è un incrocio di sentieri, segnalato da adeguate indicazioni su un paletto.

Noi prendiamo il sentiero n. 499 che punta a destra (Sud), tenendosi sull'ampia cresta boscosa denominata Col Nero. Dopo un tratto in lieve salita si trova un altro incrocio (la Forzela)  poco segnalato. A destra si scenderebbe a Costa, ma noi proseguiamo dritti. Dopo una discesa inizia una ripida salita con più d'una traccia battuta. Facendo attenzione a non tenerci troppo a sinistra (Est), giungiamo infine con un po' di fiatone sulla sommità spoglia di alberi del Monte Punta, la nostra meta (m 1952, un'ora e mezza dopo il passo Tamai), dove arriva insieme con noi un altro ciaspolatore che ci aveva nel frattempo raggiunti.

Il panorama è meraviglioso e letteralmente a 360 gradi, anche se una nuvola oscura si è piazzata sopra il centro dell'alta Val di Zoldo ed il cielo non è del tutto nitido. Le foto danno un'idea dello spettacolo, da ammirare senza avvicinarsi troppo alle cornici di neve del bordo orientale della cima, e ritraggono le inquadrature che preferisco, verso il sommo Pelmo (NordEst) e verso il Bosconero (Est). Mentre ci concediamo un veloce spuntino le nuvole nascondono il sole. Il mio compagno sconsiglia di scendere per il ripido sentiero che cala dalla cima del Punta verso Sud, e quindi ritorniamo sulle nostre tracce, ripassando per il passo Tamai quando il cielo si è completamente coperto. La gita si è rivelata la soluzione ideale per interrompere il digiuno invernale di escursioni in montagna, che per me durava da troppo tempo. L'itinerario è sicuramente remunerativo anche d'estate, in una giornata di sole senza foschia.





DISLIVELLO IN SALITA: m 600
ORE DI CAMMINO: 4 e 1/2
DIFFICOLTA': E

venerdì 15 settembre 2017

Piani Eterni

SUPERGRUPPO ALPINO:
Alpi Feltrine


E' mercoledì 13 settembre 2017, il clima è fresco, il cielo è inizialmente nuvoloso, ma alle 9 spunta il sole, che si vela però sempre più, per sparire dietro le nuvole alle 14. Al termine dell'escursione (ore 17) le nuvole erano diventate molto scure e minacciose. Siamo in due e verso le 9,30 parcheggiamo l'auto a quota m 650 circa, a poche centinaia di metri dalla diga del lago della Stua, in val Canzoi, a Nord di Cesiomaggiore, paese sito in val Belluna a 13 chilometri da Feltre. Dalla diga parte il sentiero n. 806, che costeggia in piano ad Ovest il lago artificiale formato dalla diga, e poi attraversa il torrente immissario e comincia a salire verso Nord-Est. In breve giungiamo alla diramazione dove imbocchiamo a destra la mulattiera n. 802, diretta ai Piani Eterni. In realtà, più che una mulattiera è una vera e propria stradina, adatta però solo a potenti fuoristrada o a trattori. La salita - sempre dentro il bosco -  è molto ripida, seppure regolare, e richiede un discreto allenamento.
A quota m 1400 circa prendiamo sulla sinistra il sentiero del Porzil, che risale il letto di un torrente momentaneamente asciutto, nonostante le forti piogge dei giorni scorsi. L'ascesa non è molto scomoda, tranne un breve tratto iniziale molto scosceso, e ci porta fino a quota m 1740 circa, dove la salita finisce e ci si affaccia improvvisamente sui Piani Eterni.

Questa veduta merita il viaggio e la fatica. Dopo aver faticosamente camminato dentro un bosco che non concede alcun panorama, senza preavviso, se non il diradarsi della vegetazione arborea, ti appare di colpo una conca prativa, piatta e piuttosto estesa, circondata di montagne di aspetto modesto, che però prima non potevi vedere. Sul pianoro pascolano tranquillamente alcune giovani mucche, del tutto indisturbate.
Scendiamo in mezzo a loro fino alla prima casera, che si chiama Brendol (m 1686) ed è disabitata e fiancheggiata da una lunghissima stalla.
Entrambi gli edifici sono stati recentemente restaurati. Nella casera c'è un locale che può ospitare i viandanti come noi, ma oggi è piuttosto freddo. Sarà per questo, o perché il sole si è nel frattempo velato, ma questo luogo non mi ispira quella serenità che si potrebbe pensare. Il fondo di questo pianoro è talmente piatto da far pensare che un tempo qui ci fosse un lago, poi prosciugatosi per motivi non facili da ipotizzare, visto che i bordi sono dappertutto ben più alti del pianoro. Gradito il commento di un geologo (v. commento in calce).
Dopo che il mio compagno ha dato un'occhiata all'altra costruzione del luogo, casera Erera (m 1708), abitata dal casaro, ma che può fungere da ricovero per l'escursionista, prendiamo la via del ritorno, salendo prima al passo Covolada (m 1740), punto più alto della nostra escursione, e poi affrontando una lunga discesa fino a fondovalle per la variante principale del sentiero n. 802, la cui ripidezza è più evidente in discesa che in salita. Qualche attenzione va prestata nei tratti in cui il fondo è stato cementato per evitare l'erosione da parte dell'acqua piovana. Il silenzio che ci ha circondato tutto il giorno, rotto solo dallo scroscio del torrente, caratterizza tutta la val Canzoi, anche dopo che siamo saliti a bordo della nostra macchina.





DISLIVELLO IN SALITA: m 1170
ORE DI CAMMINO: 7
DIFFICOLTA': E+ l'inizio del sentiero del Porzil, E il resto

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giovedì 24 agosto 2017

Monte Crot

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Settentrionali di Zoldo


E' mercoledì 23 agosto 2017, il clima è fresco, il cielo è quasi sereno, ma verso le ore centrali della giornata tenderà a divenire coperto. Siamo in due e verso le 9,30 parcheggiamo l'auto alla Forcella Staulanza (m 1766), valico che collega la Val di Zoldo e la Val Fiorentina. Verso Est troneggia il Pelmetto, non ancora illuminato dal sole. Il sentiero per le quattro cime del monte Crot, che si alza ad Ovest della forcella, parte dietro il rifugio, con un percorso non faticoso e ben tracciato, sfruttando una mulattiera militare della Prima Guerra Mondiale. A metà strada si incontra un altro sentiero proveniente dalla val Fiorentina e subito dopo si trova un bel punto panoramico, con vedute verso SudOvest (in primo piano la Civetta). Il nostro percorso quindi sale più ripidamente, per costeggiare poi una parete rocciosa con alcune cavità naturali a livello del sentiero.
Poco dopo un ometto di sassi segnala l'inizio della variante del nostro sentiero che porta verso destra all'anticima Sud del monte Crot. Noi la intraprendiamo, con una salita erta e scomoda e tracce incerte di sentiero. Avvicinandoci alla cima entriamo in una macchia di mughi e poi ci siamo. A 2158 metri di quota il panorama è incantevole e rilassante nel contempo, reso più attraente dalla nitidezza del cielo e dalla sfumatura della luce solare, non troppo abbagliante. Il Pelmo ed il Pelmetto occupano tutto il lato Est della visuale con la loro prorompente presenza, la quale avvilisce non poco l'immagine del Crot, che non può sostenere il confronto, un po' anche per il nome attribuitogli.

Dopo un po' scendiamo ed il mio compagno mi guida verso destra ad una galleria di guerra, molto buia ed un po' bassa, con due aperture verso il Pelmo. La discesa da questa parte è più comoda della salita e presto siamo al sentiero che porta alla sella tra l'anticima e la cima principale del Crot. Devo convincermi ad affrontare l'approccio a quest'ultima, che richiede il superamento di un canalino scosceso, lungo poco più di una decina di metri, da salire con l'aiuto delle mani e quindi senza i bastoncini da trekking. Do un'occhiata al passaggio, osservo altri escursionisti che lo salgono e decido di provarci. In effetti non è esposto e tecnicamente rientra nei miei limiti. La restante salita avviene in mezzo ai mughi, e quindi senza esposizione, ed eccoci in breve sulla cima, a 2169 metri.

Condividiamo il panorama con numerosi altri escursionisti, tra cui un cane e alcuni bambini. C'è una croce, con alla base un libro di vetta che per le sue dimensioni pare un'enciclopedia, dove apponiamo le nostre firme.
Per la nostra preziosa conoscenza dei luoghi, siamo interpellati da due gentili signore che abbiamo incontrato dopo la biforcazione per l'altra cima e che vengono ampiamente e simpaticamente intrattenute dal mio compagno, che illustra loro nomi e caratteristiche di ogni singola vetta visibile da questo sito. Il cielo però si annuvola e ci induce a iniziare il ritorno. Il canalino mi costringe a movimenti non sempre eleganti per discenderlo, e senza che io me ne accorga il mio smartphone mi cade dalla tasca. Per fortuna lo trovano le due signore appena conosciute, che ci seguivano e ricambiano la nostra gentilezza avvertendoci di averlo recuperato. Appagato dalla fortuna che ho avuto e dalla soddisfazione di aver raggiunto entrambe le cime, dove forse non ero mai stato, ritorno infine con il mio compagno alla forcella ed alla macchina.








DISLIVELLO IN SALITA: m 470
ORE DI CAMMINO: 3
DIFFICOLTA': EE il canalino per la cima, E il resto

giovedì 10 agosto 2017

Belvedere di Zoldo

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Meridionali di Zoldo


E' martedì 8 agosto 2017, il cielo è poco nuvoloso, il clima è fresco, ma umido, ed infatti nel corso della giornata tenderà a divenire afoso. Siamo in tre e verso le 9 ci troviamo in località Castelaz (m 996), lungo la Val Pramper a Sud di Forno di Zoldo. La valle è stretta ed a Est torreggiano i ripidi versanti basali degli Spiz di Mezzodì. Subito dopo il ponte sul torrente Pramper inizia il sentiero n. 525, che risalendo detti versanti punta a Malga Mezzodì. Decidiamo che io affronterò da solo questo sentiero per arrivare poi al rifugio Sora el Sass, mentre i miei due compagni si dirigeranno in auto al Pian de la Fopa (m 1210), dove dalla mulattiera si stacca - sempre verso Est - il sentiero 534, che dopo una biforcazione sale con un tratto attrezzato con corda metallica verso il medesimo rifugio Sora el Sass, dedicato a Giovanni Angelini, dove ci troveremo. Il motivo della mia decisione di non fare una comitiva unica con i miei compagni è proprio il tratto di via ferrata, che ho superato molti anni fa, ma che ora potrebbe crearmi dei problemi a causa delle mie vertigini. Prendo dunque il sentiero 525 che sale prima sotto gli alberi, poi con un tratto più esposto che affianca con opportuni zigzag il canalino di un torrente stagionale. La parete montuosa che viene così risalita è molto ripida, ma chi ha tracciato il sentiero, denominato Triol del Spissandol, ha fatto un bel lavoro perché la pendenza è sempre accettabile e non affatica troppo l'escursionista. Si entra poi in un bosco rado, popolato prevalentemente da faggi, con segnaletica non frequentissima, ma senza rischi di perdersi, per lo meno nella bella stagione. Poco dopo un bel ponte di tronchi d'albero il sentiero 525 si immette ad angolo retto in un sentiero pianeggiante. Non ci sono indicazioni, ma qui occorre tenersi a sinistra e dopo pochi metri si arriva alla radura (m 1348) dove si trovano la casera Mezzodì ed un'altra costruzione in stato di abbandono.
Confluisce qui il sentiero 534, proveniente da Baron (sobborgo di Forno di Zoldo) e diretto al rifugio Sora el Sass. A questo bivio, ben segnalato, rientrando nel bosco ci si tiene a destra, e dopo un tratto poco faticoso si sale con una rampa molto scoscesa di oltre 100 metri di dislivello fino al livello del rifugio, che raggiungo in 45 minuti dalla casera (m 1586, 1 ora e mezza dalla partenza) e dove trovo i miei compagni, arrivati da poco. Secondo loro ho fatto la scelta giusta non affrontando la ferratina, che si è rivelata breve, ma abbastanza esposta. Tiriamo un po' il fiato, ammirando le vedute delle incombenti e repulsive pareti Ovest degli Spiz di Mezzodì, e poi ripartiamo verso Nord-Est per il Belvedere di Zoldo, ma ci dividiamo nuovamente, perché anche qui ci sono due alternative per raggiungere la meta. Una è un sentiero attrezzato, che il gestore del rifugio ci assicura essere molto meno impegnativo della ferratina superata dai miei compagni per arrivare al rifugio.
Io, che ho percorso altre volte l'alternativa non attrezzata, ma mai quella con l'attrezzatura, decido anche stavolta di non rischiare, nonostante le esortazioni dei miei compagni, e, lasciando lo zaino in rifugio, al bivio che si presenta imbocco la variante verso sinistra, che affronta un pendio molto ripido con un sentiero scosceso tracciato in una distesa di mughi, utili a nascondermi l'esposizione che mi circonda. In un punto però i mughi si diradano e il vuoto mi assale senza preavviso, provocandomi qualche esitazione circa la prosecuzione della salita. Mi faccio coraggio, pensando ai miei compagni che mi attendono in cima, e supero anche questa prova, raggiungendo dopo un'ora il Belvedere di Zoldo (m 1964), splendido sito con remunerativo panorama su tutta la val di Zoldo e le montagne che la circondano, benché il cielo non sia molto limpido e trasparente. Anche qui i miei compagni ammettono che ho fatto bene a non seguirli, in quanto nella variante da loro percorsa i tratti ferrati erano numerosi e molto esposti, e c'erano dei passaggi senza corda fissa che l'avrebbero invece meritata. Scendiamo quindi tutti insieme per il percorso lungo il quale ero salito, ma la compagnia mi distrae e mi aiuta a superare ed ignorare i tratti esposti. Tecnicamente l'itinerario richiede comunque attenzione.
Ritornati al rifugio ci concediamo un'ottima birra in lattina, conservata dai gestori ad una temperatura molto fresca, ideale per la nostra sete. Davanti al rifugio c'è anche un gruppo di persone che manifesta simpatie neonaziste, con indosso scritte come "No alla pace". Nella discesa dal rifugio, che percorriamo tutti e tre lungo il sentiero da me scelto per la salita, la temperatura aumenta gradualmente fino a toccare il massimo quando arriviamo al torrente di fondovalle, nelle cui fresche acque cristalline ci rinfreschiamo voluttuosamente prima di salire in macchina.






DISLIVELLO IN SALITA: m 1000
ORE DI CAMMINO: 5
DIFFICOLTA': EE dal rifugio al Belvedere, E il resto

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mercoledì 21 giugno 2017

Monte Cernera

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Ampezzane


E' martedì 20 giugno 2017, il cielo è poco nuvoloso, il clima è umido e abbastanza caldo, ma non troppo, Siamo in tre e verso le 10 arriviamo in auto al Passo Giau (m 2233), a Sud-Ovest di Cortina d'Ampezzo. Nel parcheggio ci sono più motociclisti che auto. Imbocchiamo a piedi il sentiero n. 436 che in breve, con moderati saliscendi, ci porta verso Sud-Est prima a Forcella Zonia (m 2233) e poi a Forcella Col Piombin (m 2239). Qui giunti in poco più di un quarto d'ora, prendiamo a destra (Sud-Ovest) il sentiero con indicazione Sentiero alpinistico Cernera, tutto abbondantemente segnalato da recenti bolli rossi. A qualcuno l'aggettivo usato pare eccessivo, ma vorrei dire sin d'ora che questa ascensione, pur non presentando tratti critici se si ha un po' di confidenza con la montagna, non va affatto sottovalutata. Il dislivello complessivo è sì limitato, e i tre passaggi attrezzati con corda fissa metallica sono brevi e non acrobatici, ma l'intero percorso comporta un'adeguata preparazione, sia fisica che psicologica. Aggiungo che io ho richiesto ai miei compagni di adattarmi un cordino con due moschettoni per sentirmi più sicuro sulle corde fisse: questa cautela non sarebbe però necessaria per il Cernera, se si ha piede fermo e magari pratica di ferrate.

Comunque senza trovare più alcun umano fino al ritorno partiamo in orizzontale verso il vero e proprio attacco alla cima, che è rappresentato dal primo tratto attrezzato. La corda è breve, ma gli appoggi non sono eccessivi e l'esposizione non è trascurabile. Poco dopo troviamo la seconda corda fissa, dopodiché la pendenza si fa sostenuta, sia pure in zona erbosa e non troppo disagevole. Affrontiamo un bivio sotto la parete rocciosa, e prendiamo a sinistra, dove troviamo subito il terzo tratto attrezzato, il più lungo, ma anche il più articolato ed il meno esposto. Come per tutta l'odierna via di salita, è importante che il terreno sia ben asciutto. Inizia poi l'attraversamento di una zona di roccette ghiaiose molto ripide, dopodiché si arriva al più dolce pendio sommitale, che ci porta alla croce di vetta (m 2664),

Il panorama è ampio e di tutta soddisfazione, soprattutto per chi - a differenza di me - non soffre di vertigini e non è preoccupato per il ritorno. La salita, che abbiamo percorso a ritmo moderato, ci ha richiesto più di 2 ore e mezza, anche perché include molti tratti ripidi e faticosi. Dopo una mezz'ora di riposo, con il tempo che si fa un po' incerto, firmato il libro di vetta iniziamo la discesa, che ricalca pedissequamente l'itinerario di andata. Nei tratti ripidi si rivelano utili i bastoncini da trekking, che uso da alcuni anni. La mia preoccupazione forse era un po' eccessiva, ma ribadisco che i passaggi attrezzati vanno presi sul serio, e solo dopo aver superato l'ultimo ammiro in distanza una marmotta e mi sento invadere dalla tranquillità e dalla soddisfazione di avere salito per la seconda volta questa vetta, che domina la Val Fiorentina. La parete Sud-Est del Cernera che si vede da Santa Fosca è sicuramente molto verticale e alpinistica, soprattutto se confrontata con il versante che abbiamo salito noi, ma l'orgoglio di poter dire "io sono stato lassù" non ne risente.



DISLIVELLO IN SALITA: m 550
ORE DI CAMMINO: 5
DIFFICOLTA': EE

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sabato 10 giugno 2017

Monte Serva

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Meridionali di Zoldo


E' venerdì 9 giugno 2017, il cielo è sereno, Siamo in tre e verso le 8,30 arriviamo in auto in località Cargador (m 1032) sul Monte Serva. In pratica è dove finisce la stradina asfaltata che si prende a Belluno seguendo le indicazioni per Col di Roanza. La camminata inizia in un bosco fitto e ombroso, popolato soprattutto da noccioli, dove si inoltra in decisa salita il sentiero cosiddetto panoramico, che è la prosecuzione della stradina precedente.


Dopo un po' usciamo in una zona prativa, da cui si domina tutta la Val Belluna verso Sud.
Il restante itinerario per la vetta del Monte Serva mantiene questo orientamento e la montagna continua ad apparire erbosa, con una pendenza accentuata, interrotta da qualche piccola zona di pascolo quasi pianeggiante.





In una di queste sorge la malga Pian dei Fioc (m 1739), dove ci fermiamo a tirare il fiato. In attesa dell'arrivo delle mandrie per la stagione estiva, la malga è chiusa e ci fanno compagnia solo 4 asini. Verso Nord domina la vetta del Serva, ad Est della quale ci sono un circo roccioso quasi rotondo e la cima minore dei Tre Mas'ci. Gli ultimi 400 metri di dislivello si snodano su un sentiero a zig-zag, con pendenza molto regolare e non troppo faticosa. Verso Est si vedono da vicino la severa Schiara, con le pareti scure e verticali, ed il Pelf. Più lontano si stagliano in senso antiorario i monti del Sole, le Vette Feltrine, le Pale di San Martino, la Croda Rossa d'Ampezzo, il Pelmo, il Sorapiss e l'Antelao.

Finalmente in cima (m 2133), ci godiamo il panorama a 360 gradi e notiamo che non ci sono più il ripetitore telefonico e la croce di vetta. Dall'alto vediamo volteggiare una poiana. Il cielo comincia a velarsi, ma il sole la farà da padrone per tutto il resto della giornata, senza risultare comunque eccessivamente caldo. Dopo un adeguato riposo, iniziamo a scendere, seguendo il percorso di salita fino a quota 1400 circa, dove decidiamo (sbagliando) di scegliere a destra per il cosiddetto vecchio sentiero. Conveniva senza dubbio confermare l'itinerario di andata, perché il vecchio sentiero è molto disagevole, in quanto ripido e sconnesso. Nella sua metà inferiore il sentiero percorre il centro di un largo vallone senza alberi, che forse è stato disceso qualche inverno fa da una grossa valanga. Finalmente confluiamo nella stradina dell'andata, proprio dove avevamo parcheggiato la macchina.



DISLIVELLO IN SALITA: m 1100
ORE DI CAMMINO: 6
DIFFICOLTA': E

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mercoledì 28 settembre 2016

Crode dei Longerin - Cima Sud

SUPERGRUPPO ALPINO:
Catena Carnica Occidentale

E' martedì 27 settembre 2016. Siamo in tre. Poco prima delle 9,30 arriviamo al rifugio Forcella Zovo, raggiunto in auto da San Pietro di Cadore con qualche difficoltà: il percorso da San Pietro di Cadore è scarsamente segnalato e la strada che abbiamo scelto (ce ne sono due) è alquanto ardita, stretta, con fondo sconnesso e senza protezioni a valle. Il rifugio è chiuso. Imbocchiamo a piedi verso sinistra (Ovest) il sentiero n. 154 diretto a monte Zovo.  La salita è moderata in un bel bosco di abete. Vediamo funghi, poco commestibili. Alla poco evidente Sella dei Pradetti abbandoniamo il sentiero n. 154, prendendo il sentiero n. 165 verso destra (Nord): la possibile deviazione è ben segnalata, ma ci facciamo aiutare da una buona app per escursionisti. Inizialmente restiamo dentro il bosco, ma la salita diventa sempre più ripida. Tocchiamo poi la cresta abbastanza panoramica del Colle dei Pradetti, sotto il monte San Daniele, ed usciamo dal bosco. La salita si trasforma in traverso sub-orizzontale, che taglia un pendio erboso molto ripido e poi un ghiaione scivoloso, anche perché il sentiero è disagevole, poco battuto, stretto ed inclinato verso valle. Con qualche titubanza da parte mia raggiungiamo una forcella, sotto la quale si estendono verso Nord i morbidi ed erbosi Piani di Vissada, ai quali dobbiamo scendere con disappunto (perdiamo circa 100 metri di dislivello). Al primo incrocio prendiamo a sinistra il sentiero n. 169. Da forcella Longerin, che si tocca subito, si può ammirare verso Nord-Est una parte della Val Visdende, con il Peralba sullo sfondo. Verso Ovest invece si distingue finalmente la nostra meta, preceduta da una rampa che da qui sotto appare ripidissima, quasi proibitiva. Attacchiamo la rampa (che si rivela dura, ma non impossibile), e subito uno di noi cambia ritmo e si stacca precedendoci nettamente. Scegliamo - forse sbagliando - di salire verso destra (sinistra orografica) e aiutandoci con le mani affrontiamo una serie di canalini ghiaiosi e rocciosi.

Ad un certo punto (quota m 2450 circa) mi fermo per respirare e per decidere il da farsi. Ho ancora un po' di fiato, nonostante i quasi 1000 metri di ascesa finora superati, ma non mi incoraggiano la restante salita che vedo davanti a me ed il fatto di essere rimasto solo, visto che anche il secondo compagno mi ha lasciato un po' indietro. Questo si gira e mi invita a desistere: secondo lui il residuo percorso è inadatto alle mie capacità di escursionista, essendo scivoloso ed esposto. A me non pare così esposto, ma mi fido del compagno, più in gamba di me, che inizia a scendere. Nel frattempo ci saluta dalla cima Sud dei Longerin (m 2523) il terzo compare, la cui sagoma si staglia trionfante contro il cielo assolato, benché nuvoloso. Decido di scendere anch'io, ma poi, ripensandoci, mi dispiace di non avere trovato qualcuno che mi incoraggiasse ad ultimare l'impresa, che forse era alla mia portata. Così sostiene, una volta ridisceso, anche il conquistatore della vetta. Ai piedi della rampa finale ci riuniamo tutti e tre e ci rifocilliamo. Con l'occasione prendo un po' di freddo, visto che il sole si nasconde, e getto le basi per un discreto raffreddore. Quindi scendiamo restando sul più diretto sentiero di guerra n.169, che prima perde quota decisamente e poi diventa orizzontale, scavato nella roccia, con un'esposizione (per me) impressionante sul fondovalle. In breve rientriamo nel bosco e ritorniamo al rifugio Forcella Zovo, aperto, dove, con una birra in mano, attacchiamo bottone con un simpatico conoscitore dei luoghi, che ci invita a scendere in auto passando per il paesino di Costalta, letteralmente appeso alla erta costa erbosa, con le case molto ben tenute, molte delle quali vantano piacevoli statue lignee in giardino.


DISLIVELLO IN SALITA: m 1050
ORE DI CAMMINO: quasi 6 
DIFFICOLTA': EE sulle falde del monte San Daniele e nella salita alla cima, E per il resto



domenica 14 agosto 2016

Rocchetta di Prendera

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Ampezzane



E' sabato 13 agosto 2016. Cielo sereno, con qualche nuvola. Siamo in due. Poco prima delle 9,30 arriviamo nei pressi di forcella Staulanza al parcheggio (m 1663) dove parte la mulattiera per il rifugio Città di Fiume, con segnavia 467. Vista la data della nostra escursione, è inutile sperare di non trovare affollamento lungo il percorso, ed infatti fino alla malga Prendera non soffriamo certo di solitudine. Fino al rifugio (m 1918) restiamo dentro un bosco rado di abeti, poi passiamo a costeggiare il Col della Puina ed altri rilievi minori con saliscendi su terreno erboso con qualche albero. Dalle forcelle che ci lasciamo sulla destra si hanno belle vedute verso la valle del Boite. Malga Prendera (m 2148) non è utilizzata, forse a causa della scarsità di acqua, anche se a vedere la folla e le vacche che la circondano sembrerebbe di sì. Qui l'ambiente è dominato da pascoli ondulati, che si estendono verso Ovest nella zona di Mondeval, e dalle cime delle Rocchette a Nord, da questo versante decisamente alpinistiche. Noi seguiamo ancora per un po' il sentiero principale, che nel frattempo ha cambiato il numero due volte (prima 458 e poi 436).
Senza un riferimento preciso, abbandoniamo quindi il sentiero (e la folla) inerpicandoci a destra (Nord) per una costa sassosa dove troviamo ometti di pietre che ci aiutano a seguire il percorso più logico verso un canalino situato tra il Becco di Mezzodì e le Rocchette. Questo è l'unico tratto un po' tecnico della passeggiata odierna (EE) e richiede talvolta l'uso delle mani nella progressione. Arrivati alla forcelletta situata alla testata del canalino, ci si spalanca la veduta davvero mozzafiato della conca d'Ampezzo verso Nord. Eravamo stati qui pochi anni fa, ma lo stupore è sempre lo stesso. Il restante percorso per la vetta più alta di tutto il sottogruppo si snoda verso Sud-Est per facili ed ampie creste sassose e rocciose.



Dalla cima della Rocchetta di Prendera (m 2496) - dove ci cede il posto una comitiva chiassosa - il panorama è incantevole, e non solo verso il vicino Pelmo a Sud. Per il ritorno percorriamo lo stesso itinerario dell'andata, avvertendo una certa fatica per i saliscendi che dobbiamo affrontare fino a poco prima del rifugio Città di Fiume.




Aggiornamento del 1° agosto 2018.
Dopo due anni ci sono ritornato, con un altro partner. Segnalo le novità. Dal rif. Fiume è in costruzione una strada sterrata molto ampia, che sta prendendo il posto della preesistente mulattiera, di cui ricalca il tracciato spianando qualche saliscendi.
Ritengo infine utile dare un riferimento preciso per indicare quando - in prossimità della forcella Col Duro - è opportuno abbandonare il sentiero segnato n. 436 per affrontare la salita del ghiaione prima del canalino finale.
A quota m 2240 circa, pochi metri prima di una forcelletta dove passa una palizzata con cavo elettrico per delimitare le zone di pascolo del bestiame, si vede a destra un ometto di pietre, che è il primo di una lunga serie che conduce obliquamente sotto la parete Sud del Becco di Mezzodì e poi su per il canalino.
Prima di raggiungere la sommità di questo conviene prendere a destra (Est), rinviando la stupenda visione di Cortina.a dopo un breve traverso su un ghiaione sempre verso Est.







DISLIVELLO IN SALITA: m 1050
ORE DI CAMMINO: 6 e 1/2
DIFFICOLTA': EE come da descrizione, per il resto E

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domenica 10 luglio 2016

Croda Negra


SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Ampezzane


E' sabato 9 luglio 2016. Cielo sereno, con qualche nuvola. Siamo in tre. Poco prima delle 9,30 arriviamo in auto al parcheggio del rifugio Col Gallina (m 2054), nei pressi del passo Falzarego. Prendiamo verso Sud il sentiero n. 419, che ci porta in breve al laghetto Lìmedes (m 2171), rasserenante e non affollato, a quest'ora. Senza seguire una vera e propria traccia, saliamo facilmente verso Ovest fino al vicino sentiero n. 441, che abbandoniamo subito per imboccare il segnavia n. 422 e aggirare le propaggini Nord della Croda Negra. Saliamo poi senza difficoltà obbliquamente il versante Nord fino all'altopiano ghiaioso poco inclinato che costituisce la parte più elevata della nostra montagna, dopo aver superato un gradino di due metri di 1° grado superiore (servono braccia e mani, i bastoncini da trekking ingombrano).
Per percorso libero si arriva alla cima della Croda Negra (m 2518) ed al riparo dal vento ci rifocilliamo in vista delle vette allineate dell'Averau, del Nuvolau, della Ra Gusela e dei Lastoni di Formin (in lontananza c'è il versante Nord del Pelmo). Verso Nord la Tofana di Rozes domina il paesaggio, insieme con il Lagazuoi, fin dall'inizio dell'escursione. Dopo mangiato, potremmo ripartire tutti insieme scendendo a Sud-Est verso la forcella Averau lungo lo stesso sentiero n. 422, ma io non me la sento a causa delle mie leggendarie vertigini. A spaventarmi, più del tratto che vedo - già un po' esposto - è quello che non vedo, ma che immagino ancora più verticale. E allora chiedo di ripercorrere - da solo - l'itinerario dell'andata. Dopo qualche resistenza dei miei compagni, strappo il loro consenso, li saluto ed inizio la discesa. Superato il gradino di 1°+, mi rendo conto che il sentiero obbliquo presenta qualche esposizione, non notata all'andata, e preferisco scendere verticalmente lungo un piccolo ghiaione. Attraversando prati, arrivo senza problemi al sentiero 441 e trovo il percorso di raccordo con il laghetto Lìmedes, dove mi aspettano i miei compagni appena arrivati. Insieme ritorniamo alla macchina.


DISLIVELLO IN SALITA: m 550
ORE DI CAMMINO: 3
DIFFICOLTA': EE un gradino di 2 metri come da descrizione, per il resto E

tracciato.gpx