mercoledì 11 dicembre 2019

Sentiero Zanin

SUPERGRUPPO ALPINO:
Catena Cavallo-Visentin


E' martedì 10 dicembre 2019, il clima è fresco, il cielo è sereno, con qualche foschia verso la pianura. Sono solo e verso le 10 parcheggio l'auto a quota m 315 circa, 1 km a nord di Tovena, sulla strada per il passo San Boldo. Poco prima del primo dei 18 tornanti della salita al passo, sulla sinistra (Ovest) c'è un capitello dedicato a Santa Ottilia. Di fronte, sulla destra, c'è uno spiazzo dove lascio la mia auto.
A destra del capitello inizia il sentiero Sergio Zanin, che qui e al suo termine porta l'indicazione del numero Cai 1031 bis, mentre sulla carta topografica n. 68 dell'editore Tabacco ha la numerazione 1031. Imbocco il sentiero, che poco dopo passa a fianco della chiesetta sconsacrata di san Vigilio e poi si impenna brevemente fino ad una modesta, ma curata (all'esterno) costruzione in legno a un piano, dotata di fonte esterna di acqua, l'unica in tutto il percorso odierno.




Subito dopo si arriva a un bivio, opportunamente dotato recentemente di due frecce che indicano a sinistra il nostro sentiero e a destra il "triol del Roby". Entrambi i sentieri hanno la stessa meta, e nel passato la mancanza di questa doppia indicazione poteva indurre a tenersi a destra (come ho fatto io due volte), ma il triol del Roby ha uno sviluppo poco logico, perché inutilmente ardito in certi passaggi, e quindi non mi sento di consigliarlo nemmeno per la discesa, a meno che non si sia in cerca di qualche emozione.




Il nostro tracciato invece è scelto con molta cura, evita esposizioni e si mantiene sempre sicuro. Prima si attraversa un tratto quasi pianeggiante, poi il sentiero inizia a salire con decisione in un bosco continuo di alberi poco imponenti, tra i quali distinguo molti noccioli. Poco sopra i 600 metri di quota, si raggiunge un altro bivio, ben segnalato. Anche qui dobbiamo tenere la sinistra (Ovest), mentre a destra ci si raccorderebbe col triol del Roby.
Una ripida e prolungata salita porta quindi ad una cresta, dalla quale a sinistra (Nord-Ovest) si vede la parete montuosa dove si trova il bivacco dei Loff sormontato dal Crodon del Gevero.



La cresta, inizialmente orizzontale e poi in salita verso Nord, sormonta due versanti alquanto dirupati, ma ben alberati ad attenuare il senso di vuoto. Da qui si vede anche la modesta cima dove termina il sentiero, ed ho notato che tale meta sembra più distante di quanto non sia veramente.















Terminata la cresta si affronta la rampa finale, che con qualche passaggio roccioso un po' scosceso, ma non pericoloso, porta alla Cima Campo (m 955), dove c'è un tavolino con due panche per un'opportuna pausa di ristoro.

















Qui si notano un appostamento militare, scavato e ricoperto di pietra forse un secolo fa, ed un punto panoramico - non adatto a chi soffre di vertigini - sulla sottostante valle che sale fino al passo San Boldo. Un cartello indica il più volte citato triol del Roby, ma non è facile capire dove si possa imboccarlo. Sempre da qui si snoda verso NordOvest un sentiero che porta in breve al passo della Scaletta, da cui si può scendere al passo San Boldo (m 700) con un sentiero che ben presto si trasforma in stradina asfaltata.



Io invece ritorno sui miei passi e sfidando il vento che soffia sulla cresta, senza però mettermi davvero in difficoltà, ritorno infine al capitello di santa Ottilia.









tracciato.gpx
DISLIVELLO IN SALITA: m 650 circa
ORE DI CAMMINO: 3 e 1/4
DIFFICOLTA': E

mercoledì 11 settembre 2019

Sentiero Tivan

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Settentrionali di Zoldo


E' martedì 10 settembre 2019, il clima è fresco, il cielo è prevalentemente sereno, ma la Civetta, oltre a favorire la formazione di nuvole data la sua altezza, per lo stesso motivo ci nasconde il sole per tutto il giorno. Domenica scorsa sulla parte alta dell'itinerario di oggi è caduta la neve, che però ieri si è sciolta, resistendo solo sulle cenge più elevate. Siamo in due.
Verso le 9,10 parcheggio l'auto a quota m 1515 circa, a Palafavera, in alta Val di Zoldo, alla partenza del sentiero Cai n. 564, come nell'escursione dell'anno scorso alla forcella Col Negro di Coldai. Fino al rifugio Sonino al Coldai (m 2132) infatti il percorso è identico a quello dell'escursione di allora.




Al rifugio ci rifocilliamo brevemente (nel corso della giornata non avremo più il tempo e l'occasione di farlo nuovamente) ed imbocchiamo verso sinistra (Sud) il sentiero Tivan scelto per l'escursione odierna e contrassegnato dal numero 557.







Tutto il percorso si snoda ai piedi del versante Est della Civetta. Dopo un semicerchio saliamo ad un primo valico, lasciando a sinistra i Torrioni delle Ziolere, e ci dirigiamo verso una modesta appendice della Torre Coldai, che però ci introduce con un tratto scosceso di salita all'ambiente della giornata.





Affrontiamo quindi, dopo aver oltrepassato a sinistra il Crodolon, il passaggio più scabroso del giro, lo scavalcamento di una propaggine della Torre d'Alleghe. La salita è attrezzata con alcuni tratti di corda metallica ed include passaggi di primo grado, agevolati dalle corde, ma per me alquanto impegnativi. Come nel resto dell'escursione, l'esposizione non è mai troppo accentuata, ma sufficiente a provocare una certa tensione.






Questa salita richiede inoltre una discreta tecnica, il che non mi pare adeguatamente segnalato nelle relazioni che si trovano in rete.
Attraversiamo quindi un vallone cosparso di grossi massi (Masarè) e ci avviamo a scavalcare lo Schinal del Bech (m 2300), un'elevazione poco elegante che si stacca dalla parete della Civetta, tra la Torre Da Lago e il Pan di Zucchero..







Anche questo passaggio è attrezzato, ma più breve del precedente, e dopo la diramazione a destra per l'attacco alla via ferrata degli Alleghesi il sentiero ci introduce in un vallone denominato Busa del Zuitòn, dove una marmotta, indaffarata nei preparativi per il prossimo letargo, ci osserva attentamente da lontano











Come si vede da queste ultime foto, l'ambiente è imponente per l'enormità e la vicinanza delle pareti della Civetta. Neanche dopo questo secondo tratto attrezzato posso però rilassarmi, perché ci aspetta un'altra salitina con un'unica corda metallica di pochi metri, ma inserita in un'altra parete un po' esposta.






Passate le propaggini della Crepa Bassa, entriamo nel vasto anfiteatro dove si stacca verso destra (Ovest) dal nostro sentiero il raccordo per l'attacco alla via normale alla Civetta, da me percorsa fino alla cima due volte parecchi anni fa. Dopo un'ultima salita, il sentiero inizia alla buon'ora a perdere quota, prima timidamente e poi, dopo un bivio dove andiamo a sinistra (Est), più decisamente. Ad un'ulteriore biforcazione prendiamo ancora a sinistra (Nord) e seguendo il segnavia 587 scendiamo ripidamente lungo la Valle Civetta, attraversando radure prodotte dalla tempesta Vaia di fine ottobre 2018 con l'abbattimento di macchie di alberi, specialmente abeti rossi. Finalmente il sentiero raggiunge il corso del torrente Maè e diventa una strada liscia e quasi pianeggiante, per entrare infine a Pecol Vecchia, dove un'auto pubblica ci aspetta per riportarci a Palafavera. In sintesi l'escursione può definirsi interessante per l'ambiente di alta montagna che attraversa e impegnativa per la sua lunghezza e soprattutto per alcune salite su terreno piuttosto severo che richiede un'attenta concentrazione.







DISLIVELLO IN SALITA: m 950 circa
ORE DI CAMMINO: 7 e 1/2
DIFFICOLTA': T fino a casera Pioda, E il resto, con alcuni tratti EE (attrezzati e non)

giovedì 5 settembre 2019

Monte Pavione

SUPERGRUPPO ALPINO:
Alpi Feltrine



E' martedì 3 settembre 2019, il clima è soleggiato, anche se ogni tanto si formano nuvole, che però non arrivano mai a minacciare precipitazioni. Siamo in quattro e giungiamo in auto (un robusto e comodo fuoristrada) al rifugio Vederna (o Vederne, m 1324), situato su uno spiazzo ameno a Nord-Ovest del monte Pavione, la cui cima è la nostra meta. La stradina sterrata che porta al rifugio partendo dalla località Pontet nel fondovalle del Cismon, lunga 11 km, è impressionante per l'arditezza del suo tracciato, aggrappato alla montagna, che richiede nervi saldi al guidatore e buoni ammortizzatori all'auto.


Imbocchiamo verso Sud il sentiero n. 736A che attraverso un bosco misto ed intersecando la prosecuzione della stradina porta in poco più di mezzora all'ampia radura di malga Agnerola (m 1550), a cui fanno capo mandrie di cavalli e di mucche al pascolo e dove si produce un buon formaggio. Adesso il versante Ovest del Pavione, dove si svolge il percorso che ci accingiamo ad affrontare, si staglia davanti ai nostri occhi, sollevando in me qualche perplessità per la sua severità.
Il sentiero, che ora prende il numero 736 senza cambiarlo fino alla cima della montagna (anche se dal passo in poi si abbina alla numerazione 817), punta dapprima verso Est sotto la cima del Pavione in un bosco prevalentemente di abete rosso e di larice, quasi immune allo sfacelo provocato altrove dalla tempesta Vaia di fine ottobre 2018.
Nel bosco la salita è regolare con zig-zag che con pendenza costante e non troppo faticosa portano fino a quota m 1900 circa. Poi il sentiero esce dal bosco e si dirige verso Sud con lunghi traversi su terreno scoperto ed alquanto scosceso, guadagnando quota meno ripidamente, ma costringendo ad usare le mani in certi passaggi dirupati a causa di tratti rocciosi (uno assistito da una breve, ma opportuna corda metallica) o su terreno sconvolto dalla caduta di qualche albero.

Finalmente si arriva al passo del Pavione (m 2069) dopo due ore di impegnativo cammino da malga Agnerola e circa 800 metri di dislivello in salita dal rifugio. Il passo congiunge il versante Ovest (quello da cui proveniamo) con il versante Sud del Pavione (quello di Aune) ed è ricoperto da vasti prati erbosi spazzati dal vento. Ora è possibile vedere verso Nord la cima del monte Pavione, che si mostra anch'essa erbosa, ma alquanto più alta del passo.

A questo punto la mia scarsa frequentazione della montagna di quest'anno si fa sentire con un ordine che non posso ignorare: fermati! Non è solo questione di insufficiente forma fisica, ma anche di poca abitudine allo sforzo nervoso richiesto dalla tensione della salita di una montagna la quale, lo ripeto, risulta piuttosto impegnativa se non si è abbastanza allenati fisicamente e mentalmente. La rinuncia mi costa molto, perché il Pavione è una mia meta da molti anni, ma anche a posteriori ritengo che sia la scelta più saggia, per non creare inutili problemi a me ed ai miei compagni.


I miei tre amici, raccomandandomi di aspettarli lì, si avviano quindi verso Est lungo il ripido e faticoso pendio erboso che fa guadagnare quota in breve tempo. Raggiunta la larga cresta, la pendenza diminuisce ed il sentiero, ben individuabile, si dirige verso Nord affiancato da brusche scarpate da entrambi i lati, stringendosi un po' per un breve tratto.




I tre, dopo aver incrociato una coppia di escursionisti con cane, toccano finalmente l'ampia cima del monte Pavione (m 2335) in meno di un'ora dal passo, e possono ammirare il sontuoso panorama che si apre specialmente verso Nord-Ovest sopra la valle di Primiero e verso le Pale di San Martino.

Dopo un po' cominciano la discesa verso il passo, a ricongiungersi con me che li attendevo sotto le nuvole che salivano dalla Busa di Monsampiano.

La discesa dal passo lungo il percorso dell'andata si rivela meno scabrosa delle mie previsioni, grazie anche alla decisione di viaggiare in un gruppo compatto.
Ci fermiamo un po' a malga Agnerola, dove due di noi acquistano del formaggio, ed arriviamo finalmente al rifugio Vederna, dove festeggiamo la (loro) impresa con quattro buone birre, che, secondo il nostro autista, se bevute in quota non alterano la lucidità del bevitore.









DISLIVELLO IN SALITA: m 1100
ORE DI CAMMINO: 6,30
DIFFICOLTA': EE (soprattutto nella seconda parte della salita al passo) - E

sabato 20 luglio 2019

Rifugio Città di Carpi

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti di Sesto



E' venerdì 19 luglio 2019, il clima è nella media stagionale, in cielo transitano nuvole, con momenti, specialmente nelle ore centrali, di copertura totale e qualche accenno di pioggia, la quale però ci ha risparmiati. Siamo in cinque e parcheggiamo le auto davanti l'albergo Cristallo (chiuso) a Federavecchia (m 1368), sulla destra lungo la strada che da Auronzo sale a Misurina.


Imbocchiamo il sentiero n. 1120 che incontra presto due biforcazioni. Alla prima, ben segnalata, occorre prendere a destra, mentre alla seconda è meglio tenersi a sinistra, contrariamente alle indicazioni contenute nelle numerose frecce segnaletiche.





Si sale ripidamente per uno stretto sentiero a fianco (destra orografica) di un torrentello, che poi si supera per attraversare un piccolo spiazzo pianeggiante ricoperto di rami d'albero. Tutto il percorso della nostra escursione odierna si svolge su terreno boscoso, con alberi di abete rosso non molto fitti.


Scavalcata una recinzione per gli animali al pascolo (ci sono delle maniglie che ci permettono di staccarla dal paletto di sostegno, per poi rimetterla in sede dopo il nostro passaggio), arriviamo così ad una stradina asfaltata - percorsa da qualche occasionale automobile e proveniente da quota m 1234 della strada principale - sempre col n. 1120, da risalire fino a quota m 1730 circa, quando troviamo una stradina a sinistra (Nord), larga come la precedente, ma col fondo sterrato, che porta il n. 120.


Proseguendo dritti saremmo arrivati in meno di mezzora di percorso in lieve discesa a Malga Maraia (m 1696). A questa malga, che offre servizio di ristorazione, si può arrivare anche con un sentiero che inizia più avanti a destra, ad una curva a gomito verso sinistra del sentiero n. 120, oppure direttamente dal rifugio Città di Carpi.
In località Bus de Pogofa (m 1950 circa), a cui perveniamo dopo due ore e un quarto dalla partenza, il nostro sentiero si immette in quello proveniente da Misurina (Ovest) via rifugio Col de Varda e diretto ad Est (destra) alla nostra meta, mantenendo il segnavia 120.



Dopo meno di mezzora avvistiamo il rifugio Città di Carpi (m 2120), situato in luogo molto gradevole con bella visuale su Marmarole e Sorapiss a Sud su un terreno libero da alberi poco sopra la forcella Maraia, che si apre tra i retrostanti Cadini di Misurina a Nord e la più modesta Croda di Campoduro a Sud-Est, la cui cima è raggiungibile in mezzora dal rifugio.




Il luogo è affollato, ma troviamo fortunatamente un tavolo libero in una delle due stanze adibite a ristorante del rifugio.




Dopo esserci adeguatamente rifocillati ed aver scambiato quattro chiacchiere tra di noi, ripartiamo per il ritorno sotto un cielo minaccioso, che però, come avevo già accennato, ci risparmia rovesci di pioggia, che erano invece previsti con una probabilità del 50% dal servizio meteo.






Al termine di due ore di marcia ininterrotta, lungo il percorso di salita, raggiungiamo le nostre auto.
















DISLIVELLO IN SALITA: m 800
ORE DI CAMMINO: 5
DIFFICOLTA': E-T

tracciato gpx

martedì 19 febbraio 2019

Cima Sief

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Orientali di Badia



E' lunedì 18 febbraio 2019, il clima è ideale per la stagione, il cielo è limpido, in tutto il giorno non abbiamo mai visto nemmeno una nuvola.  Siamo in tre e parcheggiamo l'auto lungo la stradina che, partendo dalla strada statale 48, porta al Castello di Andraz, sotto il Passo Falzarego (m 1745). Percorsi alcuni metri ancora sulla stradina, con fondo irregolarmente ghiacciato, troviamo sulla destra l'imbocco di un sentiero con una freccia che indica - tra l'altro - la nostra meta odierna. Calziamo le ciaspe alle 10,15 e affrontiamo il sentiero. Come per tutto il percorso di oggi il fondo è innevato, con poca neve abbastanza assestata, molto segnata dalle tracce di ciaspolatori, scialpinisti ed escursionisti che ci hanno preceduto, dopo l'ultima nevicata di una settimana fa.


Il sentiero - che inizialmente attraversa un bosco poco fitto e non colpito dalla caduta di alberi, che invece ha caratterizzato in modo drammatico i boschi di abete rosso delle zone circostanti - non è numerato né segnalato, ma la direzione verso il passo Sief (Ovest) ci viene sempre indicata dalle tracce suddette, aiutati come siamo dalla possibilità di individuare già da lontano il passo. Il percorso alterna tratti pianeggianti a qualche strappo un po' più ripido. In due ore arriviamo al panoramico Passo Sief (m 2209), che si trova ai piedi della rampa che a sinistra (Sud) porta in vetta alla basaltica Cima Sief. Dalla parte opposta (Nord) si stagliano invece i Settsass.

Dopo una breve sosta iniziamo la salita sulla rampa (con segnavia n. 21), che risulta sempre sufficientemente larga. La pendenza è alquanto accentuata, ma personalmente mi risulta meno faticosa dell'ultimo tratto della salita fino al passo. Bisogna fare attenzione per la traccia sulla neve molto accidentata. Sono però meno di 250 metri di dislivello che richiedono quasi un'ora di impegno, ben ricompensato dal sontuoso panorama offerto da Cima Sief (m 2424). A breve distanza c'è la vetta del Col di Lana, dalla quale si gode forse il panorama più ricco di tutte le Dolomiti. Però anche la nostra vetta non è da meno, per cui mi astengo dall'elencare le numerose montagne che possiamo ammirare da quassù, in compagnia con un altro ciaspolatore arrivato poco prima di noi. Spiccano comunque Marmolada, Sella, Puez, Tofane, Lagazuoi, Pelmo e Civetta.


Il pensiero di dovermi confrontare con la discesa per la via di salita su un fondo un po' insidioso a causa della neve irregolare e l'idea delle scarpate della montagna che affiancano ai due lati la nostra rampa mi inducono però a chiedere ai miei compagni d'avventura di intraprendere subito la discesa in un gruppetto compatto, dove io mi posiziono al secondo posto, soprattutto per non avere il grande vuoto nella mia visuale. La tensione e la necessità di frenare sempre l'andatura mi costringono ad imporre ai miei compagni un ritmo poco sciolto, ed impiego un'ora a giungere al passo, stremato e senza fiato.


La ridotta frequenza da parte mia dell'ambiente di montagna mi priva della fermezza e
dell'allenamento necessari per muovermi con disinvoltura sulle rocce innevate.


La luce al passo però è splendida, soprattutto verso i Settsass e verso Est. Dopo un frugale pasto, ripartiamo verso la nostra auto, dove arriviamo in un'ora e mezza percorrendo la stessa via dell'andata e incontrando uno scialpinista in tee shirt che ci chiede se c'è un rifugio nelle vicinanze. Ci dispiace deluderlo negandolo, ma poi scopriamo che cercava uno dei capanni di legno che sorgono lungo il sentiero.


L'escursione richiede un certo impegno, che in inverno varia a seconda della condizione della neve. Se ce ne fosse più di oggi, il cammino risulterebbe più faticoso, però forse la salita finale, e soprattutto la successiva discesa, presenterebbero meno problemi tecnici e psicologici. Ma con un meteo come quello di oggi, l'esperienza merita qualunque sforzo.






DISLIVELLO IN SALITA: m 700
ORE DI CAMMINO: 5 e 1/2
DIFFICOLTA': E

tracciato.gpx

giovedì 13 settembre 2018

Rifugio Pian di Cengia

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti di Sesto




E' mercoledì 12 settembre 2018, il clima è caldo per la stagione, il cielo è privo di nuvole, tranne qualche velatura. Sono solo, nel senso che non ho veri e propri compagni di viaggio, ma nella giornata incrocio migliaia di escursionisti, attratti dalla bellezza dei luoghi e del meteo. Parcheggio l'auto sopra il rifugio Auronzo (m 2320), ai piedi delle pareti Sud delle Tre Cime di Lavaredo. Il Comune di Auronzo di Cadore ha preteso da me 30 euro per l'accesso a questo parcheggio d'alta quota, e personalmente trovo la tariffa scandalosa. Comunque mi avvio lungo la frequentatissima stradina n. 101 che porta in quota verso Est al rif. Lavaredo  (m 2344).

Dopo una breve salita, trovo sulla destra l'imbocco della mulattiera n. 104 che - lasciando a sinistra la Croda Passaporto - porta alla mia meta, scendendo prima sensibilmente (con una perdita di quota di oltre 200 metri) fino al Pian di Cengia Basso. Qui inizia una risalita sostenuta prima al lago di Cengia (m 2324) e poi alla forcella Pian di Cengia (m 2522), dove si apre un ampio panorama di poco meno di 360 gradi nella zona che reputo la più bella delle Dolomiti. I protagonisti di questa scena sono i Tre Scarperi, Cima Undici, il monte Popera, la Croda dei Toni.



Con una breve ulteriore salita, in un ambiente molto particolare per le sue stratigrafie orizzontali, si giunge col sentiero n. 101 al rif. Pian di Cengia (m 2528), affollatissimo. Sono passate due ore e mezza dalla partenza al rif. Auronzo.


Dopo una veloce pausa per rifocillarmi (il tempo a mia disposizione oggi è misurato), riparto per la forcella Pian di Cengia, dove prendo in ripida discesa il sentiero 101, diretto all'Alpe dei Piani e poi - con rapida risalita - al rif. Locatelli (m 2450), dove arrivo in circa un'ora. Appena girato l'angolo del monte Paterno appaiono emozionanti le pareti Nord delle Tre Cime di Lavaredo, visione dalla quale deriva la sua fama il rifugio.





Restando sul sentiero n. 101, mi dirigo verso Sud alla forcella Lavaredo (m 2450, come il rif. Locatelli), che congiunge le Tre Cime con la Croda Passaporto. In poco più di mezzora si perdono subito e si devono quindi recuperare circa 100 m di dislivello. Riporto qui la foto delle Tre Cime di profilo, scattata dalla forcella, che mi è parsa più suggestiva di quella classica dal rif. Locatelli.
In poco più di mezzora, ritorno al parcheggio del rif. Auronzo, dove la mia auto mi aspetta ad una quota di 70 metri superiore a quella del rifugio (dislivello non incluso qui sotto).
Non era la prima volta che vedevo le montagne dove ho passeggiato oggi, ma la loro vista strappa sempre un'impressione di incredulità, anche se l'ideale sarebbe attraversarle in un clima meno caldo (è raro trovare zone in ombra lungo il percorso), incrociando masse meno numerose di escursionisti e godendo in prima persona di condizioni fisiche più soddisfacenti.








DISLIVELLO IN SALITA: m 650
ORE DI CAMMINO: 5
DIFFICOLTA': E


venerdì 20 luglio 2018

Monte Penna

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Settentrionali di Zoldo


E' mercoledì 18 luglio 2018, il clima è caldo, il cielo è attraversato dal passaggio di nuvole, sulle quali però il sole ha prima o poi la meglio. Sono solo, non avendo trovato neanche un compagno per oggi. Parcheggio l'auto a Coi di Zoldo Alto (m 1500), nella piazza dei Zocoi, e imbocco la ripida stradina con segnavia 473, asfaltata solo all'inizio, che porta verso Nord-Ovest alle Casere di Coi (m 1608), dove si prende la mulattiera con lo stesso segnavia che sale a destra fino alle Mandre so' Pelf (m 1908), zona pianeggiante un tempo di pascolo, ma oggi colonizzata dai mughi, situata ai piedi della Fissura del Pelmo, che incombe grandioso. Qui, dopo un'ora di cammino, incrocio l'importante sentiero n. 472 che aggira il massiccio Pelmo-Pelmetto a Sud, e ne prendo il ramo che punta a destra (Est). Si sale così ai Lach (m 1981), piccola brughiera d'alta quota, il cui passaggio può risultare problematico in periodi umidi, per le distese di fango che il sentiero attraversa.


Appare verso Nord-Est per la prima volta la mia meta odierna. Superata a sinistra la torre sporgente denominata Dambra e sita in corrispondenza dello spigolo Sud-Est del Pelmo, il sentiero perde circa 100 m di quota, per poi risalire al Passo di Rutorto (m 1931), a due ore dalla partenza, nei pressi del quale sorge il rifugio Venezia, uno dei più conosciuti e frequentati delle Dolomiti.




Volgendo lo sguardo ad Est si vede elevarsi il Monte Penna alla fine degli ampi Campi di Rutorto, dove pascolano mucche e cavalli in libertà, coi rispettivi piccoli. Per raggiungere la base del Penna, conviene tenersi sul bordo destro (Sud) dei Campi di Rutorto, facendo attenzione a non innervosire le mandrie al pascolo e ad evitare le zone troppo fangose ed eccessivi saliscendi. Raggiunta la base del Monte Penna, occorre individuare il sentiero ben tracciato che lo sale fino alla cima. Tale sentiero non è segnalato in modo evidente, e comincia all'estremità destra (Sud) del bosco che avvolge ad Ovest la montagna. E' importante trovare questo sentiero perché nella metà inferiore della montagna il sottobosco è fitto di cespugli (soprattutto di rododendro), che spesso mascherano fenditure rocciose di tipo carsico che possono rappresentare un pericolo per l'escursionista.


Il sentiero taglia diagonalmente da destra a sinistra i boschi che avvolgono la base del monte, e quando raggiunge il bordo sinistro (Nord) diviene molto ripido, esce dal bosco e sbuca sul bel pianoro erboso inclinato situato sulla cima del Monte Penna (m 2196), dalla quale il Pelmo riempie imperioso lo sguardo col suo versante Est, il più universalmente conosciuto.
Raggiungo la cima in circa 3 ore e mezza dalla partenza, con un bel po' di fiatone a causa soprattutto della ripidezza finale. La cima vera e propria è posta su un cocuzzolo roccioso più a Est, con croce e segnale goniometrico, raggiungibile con un po' di attenzione.




Dopo di essermi rifocillato sdraiato sull'erba, riparto per il ritorno. Dall'alto è più facile trovare il sentiero, che deposita ai bordi degli ondulati Campi di Rutorto. La risalita ai Lach si rivela faticosa, anche per il caldo.

Ai Lach, abbandono il sentiero 472 e imbocco un sentiero segnalato, ma non numerato, che scende verso sinistra (Sud-Ovest) più diretto verso Coi. Attraversa 4 successivi e suggestivi ripiani erbosi semi-pianeggianti, ma i raccordi tra questi ripiani sono molto ripidi e senza i bastoncini da trekking che ho con me metterebbero a dura prova le ginocchia. Arrivato finalmente al bivio delle Casere di Coi, mi abbevero senza risparmio alla fresca fontana che impreziosisce il luogo.
Alla piazza dei Zocoi arrivo dopo 2 ore e mezza dalla partenza in cima al monte Penna, alquanto stremato. Questa escursione me la ricordavo meno faticosa, ma forse è dipeso dal fatto che le altre volte che l'ho affrontata ero in compagnia.





DISLIVELLO IN SALITA: m 1000
ORE DI CAMMINO: 6
DIFFICOLTA': E

domenica 17 giugno 2018

Forcella Col Negro di Coldai

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Settentrionali di Zoldo


E' sabato 16 giugno 2018, il clima è ottimo, il cielo è inizialmente sereno e nel corso della giornata si mostra qualche nuvola, del tutto innocua. Avremmo dovuto essere almeno in due, ma ieri mi è stato tirato un bidone, e contrariamente alle mie abitudini e convinzioni ho deciso di partire da solo.
Preciso che ci sono buone ragioni per non trovarsi a fare da soli escursioni in montagna. Sono innanzitutto ovvi motivi di sicurezza, ma anche ragioni di arricchimento dell'esperienza, grazie agli scambi di opinioni lungo il tragitto. Questa uscita però può di norma essere fatta senza compagni, perché lungo la strada è frequente incontrare altri camminatori, a cui ci si può rivolgere al bisogno.

Verso le 9,30 parcheggio l'auto a quota m 1515 circa, a Palafavera, in alta Val di Zoldo, alla partenza del sentiero Cai n. 564, incluso nell'Alta Via n.1, che fino a Malga Pioda (m 1818) è una tranquilla mulattiera, chiusa al traffico automobilistico per ragioni più che altro ecologiche.


A Malga Pioda si prende a sinistra (Ovest) il sentiero 556 che si inerpica sul versante Est del monte Coldai con tornanti prima ampi e poi più stretti e ripidi, finché oltre quota 2000 si passa sul versante Sud del Coldai, molto più verticale nella testata del vallon delle Ziolere, superata però senza problemi dal sentiero, che infine arriva alla stazione a monte della teleferica di servizio in vista del vicino rifugio Sonino al Coldai (m 2132).


Verso Ovest, il sentiero sale in breve alla panoramica forcella Coldai (m 2191) sfiorando un primo nevaietto. Da qui, a Sud-Ovest si ammira subito il lago di Coldai (m 2143), verso il quale mi dirigo.











L'acqua è limpida e riflette le rocce e i nevai circostanti con un piacevole effetto cromatico.











Proseguendo verso Sud dopo il lago per il sentiero 260 si sale leggermente e poi si affronta una piccola conca innevata. I nevai non sono molto inclinati, ma per attraversarli aiutano senz'altro i bastoncini da trekking, che porto sempre con me.









Dopo essere sceso nella conca, risalgo fino ai 2203 metri della piccola forcella Col Negro di Coldai, tra la torre Coldai ed il Col Negro.

E qui pervenuto confermo la decisione che avevo già preso, e cioè di non proseguire fino al Col Rean ed al rifugio Tissi. Si tratterebbe di camminare più di un'ora (di sola andata), salendo per altri 250 metri dopo averne discesi 200. Quindi dovrei arrivare ad un dislivello complessivo di quasi 1300 metri, per il quale non mi sento preparato, oltre a tutto con tratti di salita anche nel ritorno, fino alla forcella Coldai.
Per oggi mi sento soddisfatto, ed inizio il ritorno. La zona si è nel frattempo popolata di gruppetti di escursionisti, che hanno voluto giustamente approfittare di questa bella e non troppo calda giornata, anche perché ci troviamo a quote superiori ai 2000 metri di altitudine. Arrivato al rifugio mi gusto un veloce e sobrio pranzo e poi affronto la discesa, notando com'è scosceso il primo tratto nel vallon delle Ziolere. La restante discesa è tranquilla ed induce alla meditazione, complici la digestione ed il piacevole venticello che mi avvolge. Un'escursione in un ricco paesaggio, resa particolare dalla stagione quasi estiva, ma con ricordi nevosi ancora invernali.






DISLIVELLO IN SALITA: m 830 circa
ORE DI CAMMINO: 5
DIFFICOLTA': T fino a casera Pioda, E il resto, con qualche cautela nell'attraversamento dei nevai

tracciato.gpx