giovedì 5 settembre 2019

Monte Pavione

SUPERGRUPPO ALPINO:
Alpi Feltrine



E' martedì 3 settembre 2019, il clima è soleggiato, anche se ogni tanto si formano nuvole, che però non arrivano mai a minacciare precipitazioni. Siamo in quattro e giungiamo in auto (un robusto e comodo fuoristrada) al rifugio Vederna (o Vederne, m 1324), situato su uno spiazzo ameno a Nord-Ovest del monte Pavione, la cui cima è la nostra meta. La stradina sterrata che porta al rifugio partendo dalla località Pontet nel fondovalle del Cismon, lunga 11 km, è impressionante per l'arditezza del suo tracciato, aggrappato alla montagna, che richiede nervi saldi al guidatore e buoni ammortizzatori all'auto.


Imbocchiamo verso Sud il sentiero n. 736A che attraverso un bosco misto ed intersecando la prosecuzione della stradina porta in poco più di mezzora all'ampia radura di malga Agnerola (m 1550), a cui fanno capo mandrie di cavalli e di mucche al pascolo e dove si produce un buon formaggio. Adesso il versante Ovest del Pavione, dove si svolge il percorso che ci accingiamo ad affrontare, si staglia davanti ai nostri occhi, sollevando in me qualche perplessità per la sua severità.
Il sentiero, che ora prende il numero 736 senza cambiarlo fino alla cima della montagna (anche se dal passo in poi si abbina alla numerazione 817), punta dapprima verso Est sotto la cima del Pavione in un bosco prevalentemente di abete rosso e di larice, quasi immune allo sfacelo provocato altrove dalla tempesta Vaia di fine ottobre 2018.
Nel bosco la salita è regolare con zig-zag che con pendenza costante e non troppo faticosa portano fino a quota m 1900 circa. Poi il sentiero esce dal bosco e si dirige verso Sud con lunghi traversi su terreno scoperto ed alquanto scosceso, guadagnando quota meno ripidamente, ma costringendo ad usare le mani in certi passaggi dirupati a causa di tratti rocciosi (uno assistito da una breve, ma opportuna corda metallica) o su terreno sconvolto dalla caduta di qualche albero.

Finalmente si arriva al passo del Pavione (m 2069) dopo due ore di impegnativo cammino da malga Agnerola e circa 800 metri di dislivello in salita dal rifugio. Il passo congiunge il versante Ovest (quello da cui proveniamo) con il versante Sud del Pavione (quello di Aune) ed è ricoperto da vasti prati erbosi spazzati dal vento. Ora è possibile vedere verso Nord la cima del monte Pavione, che si mostra anch'essa erbosa, ma alquanto più alta del passo.

A questo punto la mia scarsa frequentazione della montagna di quest'anno si fa sentire con un ordine che non posso ignorare: fermati! Non è solo questione di insufficiente forma fisica, ma anche di poca abitudine allo sforzo nervoso richiesto dalla tensione della salita di una montagna la quale, lo ripeto, risulta piuttosto impegnativa se non si è abbastanza allenati fisicamente e mentalmente. La rinuncia mi costa molto, perché il Pavione è una mia meta da molti anni, ma anche a posteriori ritengo che sia la scelta più saggia, per non creare inutili problemi a me ed ai miei compagni.


I miei tre amici, raccomandandomi di aspettarli lì, si avviano quindi verso Est lungo il ripido e faticoso pendio erboso che fa guadagnare quota in breve tempo. Raggiunta la larga cresta, la pendenza diminuisce ed il sentiero, ben individuabile, si dirige verso Nord affiancato da brusche scarpate da entrambi i lati, stringendosi un po' per un breve tratto.




I tre, dopo aver incrociato una coppia di escursionisti con cane, toccano finalmente l'ampia cima del monte Pavione (m 2335) in meno di un'ora dal passo, e possono ammirare il sontuoso panorama che si apre specialmente verso Nord-Ovest sopra la valle di Primiero e verso le Pale di San Martino.

Dopo un po' cominciano la discesa verso il passo, a ricongiungersi con me che li attendevo sotto le nuvole che salivano dalla Busa di Monsampiano.

La discesa dal passo lungo il percorso dell'andata si rivela meno scabrosa delle mie previsioni, grazie anche alla decisione di viaggiare in un gruppo compatto.
Ci fermiamo un po' a malga Agnerola, dove due di noi acquistano del formaggio, ed arriviamo finalmente al rifugio Vederna, dove festeggiamo la (loro) impresa con quattro buone birre, che, secondo il nostro autista, se bevute in quota non alterano la lucidità del bevitore.









DISLIVELLO IN SALITA: m 1100
ORE DI CAMMINO: 6,30
DIFFICOLTA': EE (soprattutto nella seconda parte della salita al passo) - E

sabato 20 luglio 2019

Rifugio Città di Carpi

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti di Sesto



E' venerdì 19 luglio 2019, il clima è nella media stagionale, in cielo transitano nuvole, con momenti, specialmente nelle ore centrali, di copertura totale e qualche accenno di pioggia, la quale però ci ha risparmiati. Siamo in cinque e parcheggiamo le auto davanti l'albergo Cristallo (chiuso) a Federavecchia (m 1368), sulla destra lungo la strada che da Auronzo sale a Misurina.


Imbocchiamo il sentiero n. 1120 che incontra presto due biforcazioni. Alla prima, ben segnalata, occorre prendere a destra, mentre alla seconda è meglio tenersi a sinistra, contrariamente alle indicazioni contenute nelle numerose frecce segnaletiche.





Si sale ripidamente per uno stretto sentiero a fianco (destra orografica) di un torrentello, che poi si supera per attraversare un piccolo spiazzo pianeggiante ricoperto di rami d'albero. Tutto il percorso della nostra escursione odierna si svolge su terreno boscoso, con alberi di abete rosso non molto fitti.


Scavalcata una recinzione per gli animali al pascolo (ci sono delle maniglie che ci permettono di staccarla dal paletto di sostegno, per poi rimetterla in sede dopo il nostro passaggio), arriviamo così ad una stradina asfaltata - percorsa da qualche occasionale automobile e proveniente da quota m 1234 della strada principale - sempre col n. 1120, da risalire fino a quota m 1730 circa, quando troviamo una stradina a sinistra (Nord), larga come la precedente, ma col fondo sterrato, che porta il n. 120.


Proseguendo dritti saremmo arrivati in meno di mezzora di percorso in lieve discesa a Malga Maraia (m 1696). A questa malga, che offre servizio di ristorazione, si può arrivare anche con un sentiero che inizia più avanti a destra, ad una curva a gomito verso sinistra del sentiero n. 120, oppure direttamente dal rifugio Città di Carpi.
In località Bus de Pogofa (m 1950 circa), a cui perveniamo dopo due ore e un quarto dalla partenza, il nostro sentiero si immette in quello proveniente da Misurina (Ovest) via rifugio Col de Varda e diretto ad Est (destra) alla nostra meta, mantenendo il segnavia 120.



Dopo meno di mezzora avvistiamo il rifugio Città di Carpi (m 2120), situato in luogo molto gradevole con bella visuale su Marmarole e Sorapiss a Sud su un terreno libero da alberi poco sopra la forcella Maraia, che si apre tra i retrostanti Cadini di Misurina a Nord e la più modesta Croda di Campoduro a Sud-Est, la cui cima è raggiungibile in mezzora dal rifugio.




Il luogo è affollato, ma troviamo fortunatamente un tavolo libero in una delle due stanze adibite a ristorante del rifugio.




Dopo esserci adeguatamente rifocillati ed aver scambiato quattro chiacchiere tra di noi, ripartiamo per il ritorno sotto un cielo minaccioso, che però, come avevo già accennato, ci risparmia rovesci di pioggia, che erano invece previsti con una probabilità del 50% dal servizio meteo.






Al termine di due ore di marcia ininterrotta, lungo il percorso di salita, raggiungiamo le nostre auto.
















DISLIVELLO IN SALITA: m 800
ORE DI CAMMINO: 5
DIFFICOLTA': E-T

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martedì 19 febbraio 2019

Cima Sief

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Orientali di Badia



E' lunedì 18 febbraio 2019, il clima è ideale per la stagione, il cielo è limpido, in tutto il giorno non abbiamo mai visto nemmeno una nuvola.  Siamo in tre e parcheggiamo l'auto lungo la stradina che, partendo dalla strada statale 48, porta al Castello di Andraz, sotto il Passo Falzarego (m 1745). Percorsi alcuni metri ancora sulla stradina, con fondo irregolarmente ghiacciato, troviamo sulla destra l'imbocco di un sentiero con una freccia che indica - tra l'altro - la nostra meta odierna. Calziamo le ciaspe alle 10,15 e affrontiamo il sentiero. Come per tutto il percorso di oggi il fondo è innevato, con poca neve abbastanza assestata, molto segnata dalle tracce di ciaspolatori, scialpinisti ed escursionisti che ci hanno preceduto, dopo l'ultima nevicata di una settimana fa.


Il sentiero - che inizialmente attraversa un bosco poco fitto e non colpito dalla caduta di alberi, che invece ha caratterizzato in modo drammatico i boschi di abete rosso delle zone circostanti - non è numerato né segnalato, ma la direzione verso il passo Sief (Ovest) ci viene sempre indicata dalle tracce suddette, aiutati come siamo dalla possibilità di individuare già da lontano il passo. Il percorso alterna tratti pianeggianti a qualche strappo un po' più ripido. In due ore arriviamo al panoramico Passo Sief (m 2209), che si trova ai piedi della rampa che a sinistra (Sud) porta in vetta alla basaltica Cima Sief. Dalla parte opposta (Nord) si stagliano invece i Settsass.

Dopo una breve sosta iniziamo la salita sulla rampa (con segnavia n. 21), che risulta sempre sufficientemente larga. La pendenza è alquanto accentuata, ma personalmente mi risulta meno faticosa dell'ultimo tratto della salita fino al passo. Bisogna fare attenzione per la traccia sulla neve molto accidentata. Sono però meno di 250 metri di dislivello che richiedono quasi un'ora di impegno, ben ricompensato dal sontuoso panorama offerto da Cima Sief (m 2424). A breve distanza c'è la vetta del Col di Lana, dalla quale si gode forse il panorama più ricco di tutte le Dolomiti. Però anche la nostra vetta non è da meno, per cui mi astengo dall'elencare le numerose montagne che possiamo ammirare da quassù, in compagnia con un altro ciaspolatore arrivato poco prima di noi. Spiccano comunque Marmolada, Sella, Puez, Tofane, Lagazuoi, Pelmo e Civetta.


Il pensiero di dovermi confrontare con la discesa per la via di salita su un fondo un po' insidioso a causa della neve irregolare e l'idea delle scarpate della montagna che affiancano ai due lati la nostra rampa mi inducono però a chiedere ai miei compagni d'avventura di intraprendere subito la discesa in un gruppetto compatto, dove io mi posiziono al secondo posto, soprattutto per non avere il grande vuoto nella mia visuale. La tensione e la necessità di frenare sempre l'andatura mi costringono ad imporre ai miei compagni un ritmo poco sciolto, ed impiego un'ora a giungere al passo, stremato e senza fiato.


La ridotta frequenza da parte mia dell'ambiente di montagna mi priva della fermezza e
dell'allenamento necessari per muovermi con disinvoltura sulle rocce innevate.


La luce al passo però è splendida, soprattutto verso i Settsass e verso Est. Dopo un frugale pasto, ripartiamo verso la nostra auto, dove arriviamo in un'ora e mezza percorrendo la stessa via dell'andata e incontrando uno scialpinista in tee shirt che ci chiede se c'è un rifugio nelle vicinanze. Ci dispiace deluderlo negandolo, ma poi scopriamo che cercava uno dei capanni di legno che sorgono lungo il sentiero.


L'escursione richiede un certo impegno, che in inverno varia a seconda della condizione della neve. Se ce ne fosse più di oggi, il cammino risulterebbe più faticoso, però forse la salita finale, e soprattutto la successiva discesa, presenterebbero meno problemi tecnici e psicologici. Ma con un meteo come quello di oggi, l'esperienza merita qualunque sforzo.






DISLIVELLO IN SALITA: m 700
ORE DI CAMMINO: 5 e 1/2
DIFFICOLTA': E

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giovedì 13 settembre 2018

Rifugio Pian di Cengia

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti di Sesto




E' mercoledì 12 settembre 2018, il clima è caldo per la stagione, il cielo è privo di nuvole, tranne qualche velatura. Sono solo, nel senso che non ho veri e propri compagni di viaggio, ma nella giornata incrocio migliaia di escursionisti, attratti dalla bellezza dei luoghi e del meteo. Parcheggio l'auto sopra il rifugio Auronzo (m 2320), ai piedi delle pareti Sud delle Tre Cime di Lavaredo. Il Comune di Auronzo di Cadore ha preteso da me 30 euro per l'accesso a questo parcheggio d'alta quota, e personalmente trovo la tariffa scandalosa. Comunque mi avvio lungo la frequentatissima stradina n. 101 che porta in quota verso Est al rif. Lavaredo  (m 2344).

Dopo una breve salita, trovo sulla destra l'imbocco della mulattiera n. 104 che - lasciando a sinistra la Croda Passaporto - porta alla mia meta, scendendo prima sensibilmente (con una perdita di quota di oltre 200 metri) fino al Pian di Cengia Basso. Qui inizia una risalita sostenuta prima al lago di Cengia (m 2324) e poi alla forcella Pian di Cengia (m 2522), dove si apre un ampio panorama di poco meno di 360 gradi nella zona che reputo la più bella delle Dolomiti. I protagonisti di questa scena sono i Tre Scarperi, Cima Undici, il monte Popera, la Croda dei Toni.



Con una breve ulteriore salita, in un ambiente molto particolare per le sue stratigrafie orizzontali, si giunge col sentiero n. 101 al rif. Pian di Cengia (m 2528), affollatissimo. Sono passate due ore e mezza dalla partenza al rif. Auronzo.


Dopo una veloce pausa per rifocillarmi (il tempo a mia disposizione oggi è misurato), riparto per la forcella Pian di Cengia, dove prendo in ripida discesa il sentiero 101, diretto all'Alpe dei Piani e poi - con rapida risalita - al rif. Locatelli (m 2450), dove arrivo in circa un'ora. Appena girato l'angolo del monte Paterno appaiono emozionanti le pareti Nord delle Tre Cime di Lavaredo, visione dalla quale deriva la sua fama il rifugio.





Restando sul sentiero n. 101, mi dirigo verso Sud alla forcella Lavaredo (m 2450, come il rif. Locatelli), che congiunge le Tre Cime con la Croda Passaporto. In poco più di mezzora si perdono subito e si devono quindi recuperare circa 100 m di dislivello. Riporto qui la foto delle Tre Cime di profilo, scattata dalla forcella, che mi è parsa più suggestiva di quella classica dal rif. Locatelli.
In poco più di mezzora, ritorno al parcheggio del rif. Auronzo, dove la mia auto mi aspetta ad una quota di 70 metri superiore a quella del rifugio (dislivello non incluso qui sotto).
Non era la prima volta che vedevo le montagne dove ho passeggiato oggi, ma la loro vista strappa sempre un'impressione di incredulità, anche se l'ideale sarebbe attraversarle in un clima meno caldo (è raro trovare zone in ombra lungo il percorso), incrociando masse meno numerose di escursionisti e godendo in prima persona di condizioni fisiche più soddisfacenti.








DISLIVELLO IN SALITA: m 650
ORE DI CAMMINO: 5
DIFFICOLTA': E


venerdì 20 luglio 2018

Monte Penna

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Settentrionali di Zoldo


E' mercoledì 18 luglio 2018, il clima è caldo, il cielo è attraversato dal passaggio di nuvole, sulle quali però il sole ha prima o poi la meglio. Sono solo, non avendo trovato neanche un compagno per oggi. Parcheggio l'auto a Coi di Zoldo Alto (m 1500), nella piazza dei Zocoi, e imbocco la ripida stradina con segnavia 473, asfaltata solo all'inizio, che porta verso Nord-Ovest alle Casere di Coi (m 1608), dove si prende la mulattiera con lo stesso segnavia che sale a destra fino alle Mandre so' Pelf (m 1908), zona pianeggiante un tempo di pascolo, ma oggi colonizzata dai mughi, situata ai piedi della Fissura del Pelmo, che incombe grandioso. Qui, dopo un'ora di cammino, incrocio l'importante sentiero n. 472 che aggira il massiccio Pelmo-Pelmetto a Sud, e ne prendo il ramo che punta a destra (Est). Si sale così ai Lach (m 1981), piccola brughiera d'alta quota, il cui passaggio può risultare problematico in periodi umidi, per le distese di fango che il sentiero attraversa.


Appare verso Nord-Est per la prima volta la mia meta odierna. Superata a sinistra la torre sporgente denominata Dambra e sita in corrispondenza dello spigolo Sud-Est del Pelmo, il sentiero perde circa 100 m di quota, per poi risalire al Passo di Rutorto (m 1931), a due ore dalla partenza, nei pressi del quale sorge il rifugio Venezia, uno dei più conosciuti e frequentati delle Dolomiti.




Volgendo lo sguardo ad Est si vede elevarsi il Monte Penna alla fine degli ampi Campi di Rutorto, dove pascolano mucche e cavalli in libertà, coi rispettivi piccoli. Per raggiungere la base del Penna, conviene tenersi sul bordo destro (Sud) dei Campi di Rutorto, facendo attenzione a non innervosire le mandrie al pascolo e ad evitare le zone troppo fangose ed eccessivi saliscendi. Raggiunta la base del Monte Penna, occorre individuare il sentiero ben tracciato che lo sale fino alla cima. Tale sentiero non è segnalato in modo evidente, e comincia all'estremità destra (Sud) del bosco che avvolge ad Ovest la montagna. E' importante trovare questo sentiero perché nella metà inferiore della montagna il sottobosco è fitto di cespugli (soprattutto di rododendro), che spesso mascherano fenditure rocciose di tipo carsico che possono rappresentare un pericolo per l'escursionista.


Il sentiero taglia diagonalmente da destra a sinistra i boschi che avvolgono la base del monte, e quando raggiunge il bordo sinistro (Nord) diviene molto ripido, esce dal bosco e sbuca sul bel pianoro erboso inclinato situato sulla cima del Monte Penna (m 2196), dalla quale il Pelmo riempie imperioso lo sguardo col suo versante Est, il più universalmente conosciuto.
Raggiungo la cima in circa 3 ore e mezza dalla partenza, con un bel po' di fiatone a causa soprattutto della ripidezza finale. La cima vera e propria è posta su un cocuzzolo roccioso più a Est, con croce e segnale goniometrico, raggiungibile con un po' di attenzione.




Dopo di essermi rifocillato sdraiato sull'erba, riparto per il ritorno. Dall'alto è più facile trovare il sentiero, che deposita ai bordi degli ondulati Campi di Rutorto. La risalita ai Lach si rivela faticosa, anche per il caldo.

Ai Lach, abbandono il sentiero 472 e imbocco un sentiero segnalato, ma non numerato, che scende verso sinistra (Sud-Ovest) più diretto verso Coi. Attraversa 4 successivi e suggestivi ripiani erbosi semi-pianeggianti, ma i raccordi tra questi ripiani sono molto ripidi e senza i bastoncini da trekking che ho con me metterebbero a dura prova le ginocchia. Arrivato finalmente al bivio delle Casere di Coi, mi abbevero senza risparmio alla fresca fontana che impreziosisce il luogo.
Alla piazza dei Zocoi arrivo dopo 2 ore e mezza dalla partenza in cima al monte Penna, alquanto stremato. Questa escursione me la ricordavo meno faticosa, ma forse è dipeso dal fatto che le altre volte che l'ho affrontata ero in compagnia.





DISLIVELLO IN SALITA: m 1000
ORE DI CAMMINO: 6
DIFFICOLTA': E

domenica 17 giugno 2018

Forcella Col Negro di Coldai

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Settentrionali di Zoldo


E' sabato 16 giugno 2018, il clima è ottimo, il cielo è inizialmente sereno e nel corso della giornata si mostra qualche nuvola, del tutto innocua. Avremmo dovuto essere almeno in due, ma ieri mi è stato tirato un bidone, e contrariamente alle mie abitudini e convinzioni ho deciso di partire da solo.
Preciso che ci sono buone ragioni per non trovarsi a fare da soli escursioni in montagna. Sono innanzitutto ovvi motivi di sicurezza, ma anche ragioni di arricchimento dell'esperienza, grazie agli scambi di opinioni lungo il tragitto. Questa uscita però può di norma essere fatta senza compagni, perché lungo la strada è frequente incontrare altri camminatori, a cui ci si può rivolgere al bisogno.

Verso le 9,30 parcheggio l'auto a quota m 1515 circa, a Palafavera, in alta Val di Zoldo, alla partenza del sentiero Cai n. 564, incluso nell'Alta Via n.1, che fino a Malga Pioda (m 1818) è una tranquilla mulattiera, chiusa al traffico automobilistico per ragioni più che altro ecologiche.


A Malga Pioda si prende a sinistra (Ovest) il sentiero 556 che si inerpica sul versante Est del monte Coldai con tornanti prima ampi e poi più stretti e ripidi, finché oltre quota 2000 si passa sul versante Sud del Coldai, molto più verticale nella testata del vallon delle Ziolere, superata però senza problemi dal sentiero, che infine arriva alla stazione a monte della teleferica di servizio in vista del vicino rifugio Sonino al Coldai (m 2132).


Verso Ovest, il sentiero sale in breve alla panoramica forcella Coldai (m 2191) sfiorando un primo nevaietto. Da qui, a Sud-Ovest si ammira subito il lago di Coldai (m 2143), verso il quale mi dirigo.











L'acqua è limpida e riflette le rocce e i nevai circostanti con un piacevole effetto cromatico.











Proseguendo verso Sud dopo il lago per il sentiero 260 si sale leggermente e poi si affronta una piccola conca innevata. I nevai non sono molto inclinati, ma per attraversarli aiutano senz'altro i bastoncini da trekking, che porto sempre con me.









Dopo essere sceso nella conca, risalgo fino ai 2203 metri della piccola forcella Col Negro di Coldai, tra la torre Coldai ed il Col Negro.

E qui pervenuto confermo la decisione che avevo già preso, e cioè di non proseguire fino al Col Rean ed al rifugio Tissi. Si tratterebbe di camminare più di un'ora (di sola andata), salendo per altri 250 metri dopo averne discesi 200. Quindi dovrei arrivare ad un dislivello complessivo di quasi 1300 metri, per il quale non mi sento preparato, oltre a tutto con tratti di salita anche nel ritorno, fino alla forcella Coldai.
Per oggi mi sento soddisfatto, ed inizio il ritorno. La zona si è nel frattempo popolata di gruppetti di escursionisti, che hanno voluto giustamente approfittare di questa bella e non troppo calda giornata, anche perché ci troviamo a quote superiori ai 2000 metri di altitudine. Arrivato al rifugio mi gusto un veloce e sobrio pranzo e poi affronto la discesa, notando com'è scosceso il primo tratto nel vallon delle Ziolere. La restante discesa è tranquilla ed induce alla meditazione, complici la digestione ed il piacevole venticello che mi avvolge. Un'escursione in un ricco paesaggio, resa particolare dalla stagione quasi estiva, ma con ricordi nevosi ancora invernali.






DISLIVELLO IN SALITA: m 830 circa
ORE DI CAMMINO: 5
DIFFICOLTA': T fino a casera Pioda, E il resto, con qualche cautela nell'attraversamento dei nevai

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domenica 11 febbraio 2018

Monte Punta

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Settentrionali di Zoldo


E' sabato 10 febbraio 2018, il clima è fresco, ieri sono caduti 20 centimetri di neve, stamattina il cielo è parzialmente nuvoloso e a 1500 metri slm alle 9 e 30 ci sono circa 3 gradi sotto zero. Siamo in due (gli stessi dell'escursione estiva al Monte Crot) e parcheggiamo l'auto a Costa di Zoldo Alto (m 1425), nel piccolo spiazzo all'inizio del grazioso paesino, un po' appartato e anche per questo incantevole.

All'imboccatura del sentiero n. 497, che sale verso Est al passo Tamai, inforchiamo le ciaspe ed affrontiamo il percorso, oggi interamente su neve fresca (essendo noi i primi a percorrerlo dopo la nevicata di ieri), fatta eccezione ovviamente per il ritorno, che ricalcherà la nostra traccia dell'andata. Il sentiero è in realtà una mulattiera, ma la differenza è evidente d'estate, molto meno con circa un metro di neve caduta nella scorsa settimana. Magico è l'effetto degli alberi carichi di neve, che ci circondano attorno a noi e in tutta la vallata di Zoldo.

In circa un'ora le nuvole sono sparite ed il sole finalmente ci illumina una volta arrivati al passo Tamai (m 1715), dove sostiamo e incontriamo una coppia di escursionisti saliti dalla parte opposta (Est) e che ridiscendono subito verso Zoppé di Cadore. Sul passo c'è un incrocio di sentieri, segnalato da adeguate indicazioni su un paletto.

Noi prendiamo il sentiero n. 499 che punta a destra (Sud), tenendosi sull'ampia cresta boscosa denominata Col Nero. Dopo un tratto in lieve salita si trova un altro incrocio (la Forzela)  poco segnalato. A destra si scenderebbe a Costa, ma noi proseguiamo dritti. Dopo una discesa inizia una ripida salita con più d'una traccia battuta. Facendo attenzione a non tenerci troppo a sinistra (Est), giungiamo infine con un po' di fiatone sulla sommità spoglia di alberi del Monte Punta, la nostra meta (m 1952, un'ora e mezza dopo il passo Tamai), dove arriva insieme con noi un altro ciaspolatore che ci aveva nel frattempo raggiunti.

Il panorama è meraviglioso e letteralmente a 360 gradi, anche se una nuvola oscura si è piazzata sopra il centro dell'alta Val di Zoldo ed il cielo non è del tutto nitido. Le foto danno un'idea dello spettacolo, da ammirare senza avvicinarsi troppo alle cornici di neve del bordo orientale della cima, e ritraggono le inquadrature che preferisco, verso il sommo Pelmo (NordEst) e verso il Bosconero (Est). Mentre ci concediamo un veloce spuntino le nuvole nascondono il sole. Il mio compagno sconsiglia di scendere per il ripido sentiero che cala dalla cima del Punta verso Sud, e quindi ritorniamo sulle nostre tracce, ripassando per il passo Tamai quando il cielo si è completamente coperto. La gita si è rivelata la soluzione ideale per interrompere il digiuno invernale di escursioni in montagna, che per me durava da troppo tempo. L'itinerario è sicuramente remunerativo anche d'estate, in una giornata di sole senza foschia.





DISLIVELLO IN SALITA: m 600
ORE DI CAMMINO: 4 e 1/2
DIFFICOLTA': E

venerdì 15 settembre 2017

Piani Eterni

SUPERGRUPPO ALPINO:
Alpi Feltrine


E' mercoledì 13 settembre 2017, il clima è fresco, il cielo è inizialmente nuvoloso, ma alle 9 spunta il sole, che si vela però sempre più, per sparire dietro le nuvole alle 14. Al termine dell'escursione (ore 17) le nuvole erano diventate molto scure e minacciose. Siamo in due e verso le 9,30 parcheggiamo l'auto a quota m 650 circa, a poche centinaia di metri dalla diga del lago della Stua, in val Canzoi, a Nord di Cesiomaggiore, paese sito in val Belluna a 13 chilometri da Feltre. Dalla diga parte il sentiero n. 806, che costeggia in piano ad Ovest il lago artificiale formato dalla diga, e poi attraversa il torrente immissario e comincia a salire verso Nord-Est. In breve giungiamo alla diramazione dove imbocchiamo a destra la mulattiera n. 802, diretta ai Piani Eterni. In realtà, più che una mulattiera è una vera e propria stradina, adatta però solo a potenti fuoristrada o a trattori. La salita - sempre dentro il bosco -  è molto ripida, seppure regolare, e richiede un discreto allenamento.
A quota m 1400 circa prendiamo sulla sinistra il sentiero del Porzil, che risale il letto di un torrente momentaneamente asciutto, nonostante le forti piogge dei giorni scorsi. L'ascesa non è molto scomoda, tranne un breve tratto iniziale molto scosceso, e ci porta fino a quota m 1740 circa, dove la salita finisce e ci si affaccia improvvisamente sui Piani Eterni.

Questa veduta merita il viaggio e la fatica. Dopo aver faticosamente camminato dentro un bosco che non concede alcun panorama, senza preavviso, se non il diradarsi della vegetazione arborea, ti appare di colpo una conca prativa, piatta e piuttosto estesa, circondata di montagne di aspetto modesto, che però prima non potevi vedere. Sul pianoro pascolano tranquillamente alcune giovani mucche, del tutto indisturbate.
Scendiamo in mezzo a loro fino alla prima casera, che si chiama Brendol (m 1686) ed è disabitata e fiancheggiata da una lunghissima stalla.
Entrambi gli edifici sono stati recentemente restaurati. Nella casera c'è un locale che può ospitare i viandanti come noi, ma oggi è piuttosto freddo. Sarà per questo, o perché il sole si è nel frattempo velato, ma questo luogo non mi ispira quella serenità che si potrebbe pensare. Il fondo di questo pianoro è talmente piatto da far pensare che un tempo qui ci fosse un lago, poi prosciugatosi per motivi non facili da ipotizzare, visto che i bordi sono dappertutto ben più alti del pianoro. Gradito il commento di un geologo (v. commento in calce).
Dopo che il mio compagno ha dato un'occhiata all'altra costruzione del luogo, casera Erera (m 1708), abitata dal casaro, ma che può fungere da ricovero per l'escursionista, prendiamo la via del ritorno, salendo prima al passo Covolada (m 1740), punto più alto della nostra escursione, e poi affrontando una lunga discesa fino a fondovalle per la variante principale del sentiero n. 802, la cui ripidezza è più evidente in discesa che in salita. Qualche attenzione va prestata nei tratti in cui il fondo è stato cementato per evitare l'erosione da parte dell'acqua piovana. Il silenzio che ci ha circondato tutto il giorno, rotto solo dallo scroscio del torrente, caratterizza tutta la val Canzoi, anche dopo che siamo saliti a bordo della nostra macchina.





DISLIVELLO IN SALITA: m 1170
ORE DI CAMMINO: 7
DIFFICOLTA': E+ l'inizio del sentiero del Porzil, E il resto

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giovedì 24 agosto 2017

Monte Crot

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Settentrionali di Zoldo


E' mercoledì 23 agosto 2017, il clima è fresco, il cielo è quasi sereno, ma verso le ore centrali della giornata tenderà a divenire coperto. Siamo in due e verso le 9,30 parcheggiamo l'auto alla Forcella Staulanza (m 1766), valico che collega la Val di Zoldo e la Val Fiorentina. Verso Est troneggia il Pelmetto, non ancora illuminato dal sole. Il sentiero per le quattro cime del monte Crot, che si alza ad Ovest della forcella, parte dietro il rifugio, con un percorso non faticoso e ben tracciato, sfruttando una mulattiera militare della Prima Guerra Mondiale. A metà strada si incontra un altro sentiero proveniente dalla val Fiorentina e subito dopo si trova un bel punto panoramico, con vedute verso SudOvest (in primo piano la Civetta). Il nostro percorso quindi sale più ripidamente, per costeggiare poi una parete rocciosa con alcune cavità naturali a livello del sentiero.
Poco dopo un ometto di sassi segnala l'inizio della variante del nostro sentiero che porta verso destra all'anticima Sud del monte Crot. Noi la intraprendiamo, con una salita erta e scomoda e tracce incerte di sentiero. Avvicinandoci alla cima entriamo in una macchia di mughi e poi ci siamo. A 2158 metri di quota il panorama è incantevole e rilassante nel contempo, reso più attraente dalla nitidezza del cielo e dalla sfumatura della luce solare, non troppo abbagliante. Il Pelmo ed il Pelmetto occupano tutto il lato Est della visuale con la loro prorompente presenza, la quale avvilisce non poco l'immagine del Crot, che non può sostenere il confronto, un po' anche per il nome attribuitogli.

Dopo un po' scendiamo ed il mio compagno mi guida verso destra ad una galleria di guerra, molto buia ed un po' bassa, con due aperture verso il Pelmo. La discesa da questa parte è più comoda della salita e presto siamo al sentiero che porta alla sella tra l'anticima e la cima principale del Crot. Devo convincermi ad affrontare l'approccio a quest'ultima, che richiede il superamento di un canalino scosceso, lungo poco più di una decina di metri, da salire con l'aiuto delle mani e quindi senza i bastoncini da trekking. Do un'occhiata al passaggio, osservo altri escursionisti che lo salgono e decido di provarci. In effetti non è esposto e tecnicamente rientra nei miei limiti. La restante salita avviene in mezzo ai mughi, e quindi senza esposizione, ed eccoci in breve sulla cima, a 2169 metri.

Condividiamo il panorama con numerosi altri escursionisti, tra cui un cane e alcuni bambini. C'è una croce, con alla base un libro di vetta che per le sue dimensioni pare un'enciclopedia, dove apponiamo le nostre firme.
Per la nostra preziosa conoscenza dei luoghi, siamo interpellati da due gentili signore che abbiamo incontrato dopo la biforcazione per l'altra cima e che vengono ampiamente e simpaticamente intrattenute dal mio compagno, che illustra loro nomi e caratteristiche di ogni singola vetta visibile da questo sito. Il cielo però si annuvola e ci induce a iniziare il ritorno. Il canalino mi costringe a movimenti non sempre eleganti per discenderlo, e senza che io me ne accorga il mio smartphone mi cade dalla tasca. Per fortuna lo trovano le due signore appena conosciute, che ci seguivano e ricambiano la nostra gentilezza avvertendoci di averlo recuperato. Appagato dalla fortuna che ho avuto e dalla soddisfazione di aver raggiunto entrambe le cime, dove forse non ero mai stato, ritorno infine con il mio compagno alla forcella ed alla macchina.








DISLIVELLO IN SALITA: m 470
ORE DI CAMMINO: 3
DIFFICOLTA': EE il canalino per la cima, E il resto

giovedì 10 agosto 2017

Belvedere di Zoldo

SUPERGRUPPO ALPINO:
Dolomiti Meridionali di Zoldo


E' martedì 8 agosto 2017, il cielo è poco nuvoloso, il clima è fresco, ma umido, ed infatti nel corso della giornata tenderà a divenire afoso. Siamo in tre e verso le 9 ci troviamo in località Castelaz (m 996), lungo la Val Pramper a Sud di Forno di Zoldo. La valle è stretta ed a Est torreggiano i ripidi versanti basali degli Spiz di Mezzodì. Subito dopo il ponte sul torrente Pramper inizia il sentiero n. 525, che risalendo detti versanti punta a Malga Mezzodì. Decidiamo che io affronterò da solo questo sentiero per arrivare poi al rifugio Sora el Sass, mentre i miei due compagni si dirigeranno in auto al Pian de la Fopa (m 1210), dove dalla mulattiera si stacca - sempre verso Est - il sentiero 534, che dopo una biforcazione sale con un tratto attrezzato con corda metallica verso il medesimo rifugio Sora el Sass, dedicato a Giovanni Angelini, dove ci troveremo. Il motivo della mia decisione di non fare una comitiva unica con i miei compagni è proprio il tratto di via ferrata, che ho superato molti anni fa, ma che ora potrebbe crearmi dei problemi a causa delle mie vertigini. Prendo dunque il sentiero 525 che sale prima sotto gli alberi, poi con un tratto più esposto che affianca con opportuni zigzag il canalino di un torrente stagionale. La parete montuosa che viene così risalita è molto ripida, ma chi ha tracciato il sentiero, denominato Triol del Spissandol, ha fatto un bel lavoro perché la pendenza è sempre accettabile e non affatica troppo l'escursionista. Si entra poi in un bosco rado, popolato prevalentemente da faggi, con segnaletica non frequentissima, ma senza rischi di perdersi, per lo meno nella bella stagione. Poco dopo un bel ponte di tronchi d'albero il sentiero 525 si immette ad angolo retto in un sentiero pianeggiante. Non ci sono indicazioni, ma qui occorre tenersi a sinistra e dopo pochi metri si arriva alla radura (m 1348) dove si trovano la casera Mezzodì ed un'altra costruzione in stato di abbandono.
Confluisce qui il sentiero 534, proveniente da Baron (sobborgo di Forno di Zoldo) e diretto al rifugio Sora el Sass. A questo bivio, ben segnalato, rientrando nel bosco ci si tiene a destra, e dopo un tratto poco faticoso si sale con una rampa molto scoscesa di oltre 100 metri di dislivello fino al livello del rifugio, che raggiungo in 45 minuti dalla casera (m 1586, 1 ora e mezza dalla partenza) e dove trovo i miei compagni, arrivati da poco. Secondo loro ho fatto la scelta giusta non affrontando la ferratina, che si è rivelata breve, ma abbastanza esposta. Tiriamo un po' il fiato, ammirando le vedute delle incombenti e repulsive pareti Ovest degli Spiz di Mezzodì, e poi ripartiamo verso Nord-Est per il Belvedere di Zoldo, ma ci dividiamo nuovamente, perché anche qui ci sono due alternative per raggiungere la meta. Una è un sentiero attrezzato, che il gestore del rifugio ci assicura essere molto meno impegnativo della ferratina superata dai miei compagni per arrivare al rifugio.
Io, che ho percorso altre volte l'alternativa non attrezzata, ma mai quella con l'attrezzatura, decido anche stavolta di non rischiare, nonostante le esortazioni dei miei compagni, e, lasciando lo zaino in rifugio, al bivio che si presenta imbocco la variante verso sinistra, che affronta un pendio molto ripido con un sentiero scosceso tracciato in una distesa di mughi, utili a nascondermi l'esposizione che mi circonda. In un punto però i mughi si diradano e il vuoto mi assale senza preavviso, provocandomi qualche esitazione circa la prosecuzione della salita. Mi faccio coraggio, pensando ai miei compagni che mi attendono in cima, e supero anche questa prova, raggiungendo dopo un'ora il Belvedere di Zoldo (m 1964), splendido sito con remunerativo panorama su tutta la val di Zoldo e le montagne che la circondano, benché il cielo non sia molto limpido e trasparente. Anche qui i miei compagni ammettono che ho fatto bene a non seguirli, in quanto nella variante da loro percorsa i tratti ferrati erano numerosi e molto esposti, e c'erano dei passaggi senza corda fissa che l'avrebbero invece meritata. Scendiamo quindi tutti insieme per il percorso lungo il quale ero salito, ma la compagnia mi distrae e mi aiuta a superare ed ignorare i tratti esposti. Tecnicamente l'itinerario richiede comunque attenzione.
Ritornati al rifugio ci concediamo un'ottima birra in lattina, conservata dai gestori ad una temperatura molto fresca, ideale per la nostra sete. Davanti al rifugio c'è anche un gruppo di persone che manifesta simpatie neonaziste, con indosso scritte come "No alla pace". Nella discesa dal rifugio, che percorriamo tutti e tre lungo il sentiero da me scelto per la salita, la temperatura aumenta gradualmente fino a toccare il massimo quando arriviamo al torrente di fondovalle, nelle cui fresche acque cristalline ci rinfreschiamo voluttuosamente prima di salire in macchina.






DISLIVELLO IN SALITA: m 1000
ORE DI CAMMINO: 5
DIFFICOLTA': EE dal rifugio al Belvedere, E il resto

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